Un terzo della flotta statunitense è schierata vicino all’Iran
A Ginevra continuano i negoziati e l'Iran sembra pronto a rinunciare al nucleare, ma sempre più elementi suggeriscono un'invasione. "Al 90% ci sarà un attacco a breve", ha dichiarato un consigliere di Trump ad Axios.
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Tehran. Questa settimana in Svizzera sono ripresi i negoziati tra Stati Uniti e Iran, che avrebbero lo scopo di evitare una nuova operazione militare in Iran.
I negoziatori del regime iraniano si sono mostrati positivi, il ministro degli Esteri Araghchi ha dichiarato che è stato raggiunto un «accordo su alcuni principi di base».
Secondo alcuni analisti però gli Usa e Israele sarebbero pronti ad attaccare a breve, davanti all’Iran ora si trova un terzo della flotta statunitense.
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I negoziatori statunitensi sono Steven Witkoff, imprenditore immobiliare e amico di Donald Trump, e Jared Kushner, genero del presidente. Un funzionario statunitense (rimasto anonimo) ha dichiarato al New York Times che ci sono stati progressi nei negoziati, ma potrebbe essere una tecnica per confondere le acque.
Anche prima dell’operazione del giugno 2025, la cosiddetta guerra dei 12 giorni”, Trump aveva attaccato prima che scadesse il tempo che aveva dato all’Iran per trovare un accordo.
Un consigliere di Trump ha detto al sito di news Axios che ci sarebbe «Il 90% di possibilità di vedere un’azione diretta nelle prossime settimane».
Al momento la portaerei Lincoln, che ha un equipaggio di quasi 6mila persone e 90 jet, si trova già davanti all’Iran. Entro tre settimane dovrebbe essere raggiunta dal gruppo d’attacco della portaerei Ford, la più grande del mondo, reduce dall’invasione del Venezuela.

Una foto aerea della USS Gerald Ford.
Gli Usa stanno ammassando anche cacciatorpediniere, sottomarini, navi d’assalto anfibio, navi da combattimento costiero.
Aerocisterne e squadroni di jet (F-35, F-22 e F-16) sono stati spostati dagli Stati Uniti alle basi in Europa o in Asia, mentre il Regno Unito ha spostato alcuni dei suoi cacciabombardieri nel Mediterraneo.
Da settimane c’è un via vai di aerei cargo nelle principali basi statunitensi intorno all’Iran, che già normalmente ospitano decine di migliaia di militari: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Oman e Bahrein.
Tra le altre cose, sarebbero state installate anche diverse batterie di missili Thaad e Patriot. L’arsenale complessivamente dovrebbe permettere agli Usa di effettuare più di 800 attacchi al giorno in caso di guerra aperta.
Queste costosissime manovre non lasciano ben sperare nella riuscita dei negoziati. Del resto quando un giornalista ha chiesto a Trump se aspirasse a una caduta del regime iraniano, la risposta è stata: “Sarebbe il risultato migliore”.

Donald Trump e il vicepresidente JD Vance seguono i bombardamenti statunitensi durante la “Guerra dei 12 giorni”.
Le richieste poste dagli Stati Uniti ai negoziati sono di fatto irricevibili: smantellare l’arsenale di missili balistici, che sono la principale arma a disposizione del regime; eliminare ogni sostegno agli alleati nella Striscia di Gaza (Hamas), in Libano (Hezbollah) e in Yemen (Houti); cancellare il programma nucleare del Paese, lo stesso che Trump sosteneva di aver “annientato” lo scorso giugno.
Sulla questione del nucleare il regime sembrerebbe disposto a cedere, come dichiarato anche da alcuni funzionari statunitensi alla rete ABC News.
Già nel 2015 l’Iran aveva accettato di rinunciare a possedere un’arma atomica, in cambio della rimozione di alcune sanzioni economiche. L’accordo era stato raggiunto dal presidente statunitense Barack Obama dopo più di due anni di trattative, ma era stato cancellato da Trump durante il suo primo mandato.

Un bombardamento israeliano sull’Iran, durante la “Guerra dei 12 giorni”. Foto di Yoav Karen via Wikimedia Commons.
Sugli altri due punti invece è praticamente impossibile che il regime ceda, dato che si tratta di due elementi chiave per la sua stessa sopravvivenza. Quando gli Usa e Israele hanno attaccato l’Iran lo scorso giugno, i missili sono stati un’arma fondamentale. In pochi giorni l’aeronautica e la contraerea iraniana sono state disabilitate da cacciabombardieri e squadre di sabotatori infiltrate. Ciononostante i missili balistici, che sono imprecisi ma molto veloci e difficili da intercettare, hanno continuato a colpire il territorio israeliano.
L’Iran però non aveva usato tutto il suo potenziale missilistico, ad esempio non aveva colpito le basi militari degli Stati Uniti nella regione (se non con un bombardamento simbolico che non aveva fatto vittime). Lo aveva fatto per evitare che la situazione degenerasse in una guerra totale, e infatti si era arrivati velocemente a una tregua.
Questa volta però il regime ha detto che reagirebbe a un attacco utilizzando tutte le armi in suo possesso, colpendo i Paesi che ospitano le basi Usa e trascinando tutta la regione nel caos.
Se messo alle strette, il regime potrebbe anche chiudere lo stretto di Hormuz, da cui passa un quinto di tutto il greggio mondiale. Sarebbe un grande sacrificio in termini economici, ma farebbe aumentare i prezzi del petrolio in tutto il mondo. Questa settimana l’Iran ha avviato una serie di esercitazioni militari vicino allo stretto, alle quali ha partecipato anche la Russia.

I danni di un bombardamento iraniano su Israele, durante la “Guerra dei 12 giorni”. Foto di Yoav Karen via Wikimedia Commons.




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