Perché la posizione del governo italiano sull’Iran scontenta il Vaticano
Il Papa ha condannato duramente l'attacco di Stati Uniti e Israele, mentre Meloni sta prendendo tempo. La premier è in difficoltà a giustificare le azioni di Trump e ora le pressioni arrivano anche dal mondo cattolico.
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Roma. La guerra provocata dall’attacco israelo-statunitense sull’Iran si allarga ogni giorno di più, letteralmente.
Il governo italiano, che si è sempre allineato al presidente statunitense Donald Trump, è in difficoltà. Gli obiettivi che Trump vuole raggiungere non sono trasparenti e le sue dichiarazioni cambiano continuamente, intanto il conflitto sta avendo ripercussioni sempre più pesanti e imprevedibili.
La Chiesa al contrario si è espressa nettamente contro l’attacco, che sta diventando un tema sensibile per l’elettorato cattolico.

Robert Prevost fotografato da Jacob The Rox.
Sull’Iran Papa Leone XIV aveva insistito perché le tensioni si risolvessero con la diplomazia, ma diverse ricostruzioni giornalistiche hanno dimostrato come i negoziati fossero una copertura in preparazione della guerra. I piani di attacco erano già pronti da mesi e Trump avrebbe voluto colpire anche prima, ma i vertici dell’esercito lo avevano convinto a prendere tempo per ammassare più truppe.
La maggior parte dei Paesi occidentali si sono subito schierati con gli Usa e Israele, anche se molti governi non erano nemmeno stati avvertiti. Tra questi c’era anche quello italiano, tanto che quando sono iniziati a cadere i missili il ministro della Difesa Guido Crosetto si trovava a Dubai, senza scorta e senza aver avvisato il ministero degli Esteri.
L’unico capo di Stato ad essersi opposto esplicitamente all’attacco è Pedro Sanchez, primo ministro socialista della Spagna, ma anche il papa ha fatto subito sentire la sua contrarietà. La guerra è molto impopolare sia negli Stati Uniti (dove soltanto una persona su cinque la sostiene), sia nei Paesi europei. Oltre alle stragi di civili in Iran e in Libano, preoccupano le ripercussioni su scala globale che il conflitto sta già avendo sui prezzi e sull’economia.
Per il momento nessuno sa dire quanto durerà la guerra e quanto si allargherà, ma è sempre più probabile che altri Stati si uniscano ai combattimenti. La minaccia o l’uso della violenza stanno diventando la prassi con cui le grandi potenze si impongono sulle nazioni più deboli. E’ un metodo che oltre a essere evidentemente ingiusto è anche pericoloso: per esempio aumenta le possibilità che la Cina si senta legittimata ad annettere Taiwan, o la Russia le repubbliche ex-sovietiche.

Il segretario di Stato Pietro Parolin durante una messa nella cattedrale di Lisbona.
Il blocco dei traffici e gli attacchi alle infrastrutture hanno già provocato un aumento dei prezzi dell’energia. Meloni sa che questo scontenterà parte del suo elettorato, per questo motivo sta evitando il più possibile di affrontare l’argomento e continua a rimandare il suo intervento in Parlamento.
Il Vaticano invece ha subito condannato l’attacco di Israele e Stati Uniti, attraverso dichiarazioni sia del segretario di Stato Pietro Parolin sia di Papa Leone XIV. Meloni per il momento non ha voluto ammettere che l’attacco israelo-statunitense viola il diritto internazionale, cosa che invece i ministri Crosetto e Tajani hanno fatto dopo essere stati incalzati in Aula. Tajani però si è subito affrettato ad aggiungere che l’Iran ha avuto la sua «responsabilità per la scelta di costruire l’arma nucleare», sostenendo implicitamente la teoria della «guerra preventiva».
Non è la prima volta che il governo e il Vaticano si scontrano su alcuni temi. Il papa e diversi esponenti della Chiesa hanno duramente criticato il modo in cui vengono trattati i migranti, così come i vari aumenti della spesa pubblica per il riarmo; in politica estera, le divergenze hanno riguardato soprattutto la Palestina e il ruolo delle Nazioni Unite.
Il pontefice ha invitato tutti i governi europei a riconoscere lo Stato di Palestina, pur ammettendo che difficilmente questo avrebbe posto fine alle persecuzioni israeliane. Recentemente ha rifiutato l’invito a entrare nel cosiddetto “Board of Peace”, l’alternativa all’Onu fondata da Trump per risolvere le dispute internazionali, a cui si accede dietro pagamento e che dovrebbe essere presieduta dal presidente Usa anche dopo la fine del suo mandato.




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