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Apindustria su Coronavirus, “chi può chiudere lo sta già facendo”

Dopo Confindustria anche l'associazione imprenditoriale guidata da Douglas Sivieri è intervenuta su fabbriche e rischio contagio.

(red.) Nel quarto trimestre 2019 le esportazioni bresciane hanno avuto un valore di 4 miliardi circa (4.010.741.388 euro), in calo del 6,6% rispetto all’analogo periodo del 2018. In forte contrazione anche le importazioni, che hanno avuto un valore di circa 2,1 miliardi di euro (2.124.319.364 euro), in diminuzione quindi del 14,4% rispetto al quarto trimestre 2018. A osservarlo è il Centro Studi di Apindustria rielaborando i dati diffusi dall’Istat. Per quanto riguarda le macro aree, le esportazioni bresciane hanno tutte il segno negativo: Unione Europea 28 (-7,7%), Europa extra Ue (-4,5%), America Settentrionale (-2,1%), America centromeridionale (-9,7%), Asia (-17%), Africa (-2,8). Unica area col segno positivo, decisamente irrilevante per volume d’affari, l’Oceania (+8,3%).

 

In contrazione ancora più significativa le importazioni. La decisa frenata dell’ultimo trimestre si aggiunge ai dati già incerti dei primi nove mesi dell’anno. Nell’intero 2019 le esportazioni hanno quindi raggiunto il valore di 16,3 miliardi, ovvero il 3,7% in meno rispetto al 2018. Le importazioni complessive hanno avuto un valore complessivo di 9,15 miliardi di euro, in calo del 7,5% rispetto al 2018.
«I dati ci confermano una tendenza negativa che già avevamo osservato – afferma il Presidente di Apindustria Douglas Sivieri. Saranno però dati che rimpiangeremo e credo che chiunque, in queste momento, metterebbe la firma per avere i numeri del 2019 a fine 2020. Temo che andrà molto peggio purtroppo. I 25 miliardi stanziati dal Governo sono il minimo in questa fase, ma il problema è come li spendi: niente linee guida e nel frattempo tutto crolla».

Sivieri interviene anche sulla possibile chiusura delle aziende: «Fermiamoci per ripartire: noi potremmo essere d’accordo, ma le imprese non possono essere lasciate sole. E invece è proprio quanto sta accadendo. Il Governo continua a emanare divieti ma non obblighi, non spiega, lascia le aziende sole a decidere in autonomia se chiudere o meno. Senza ammortizzatori sociali da una parte, con i lavoratori giustamente spaventati dall’altra, preoccupati per la loro salute e quella dei loro cari. Possiamo chiudere e possiamo ripartire, siamo sicuri di farcela, ma vogliamo un Governo che decida. E non che dica che bisogna restare in casa ma tiene aperte le tabaccherie, le ferramenta, le tintorie. Che non dobbiamo lavorare ma lascia maglie larghe aperte ovunque. Che dobbiamo lavorare, ma poco. Che stanzia soldi ma è vago sull’operatività degli stessi. Non va bene: servono chiarezza e sicurezza. Tutti, non solo le imprese, hanno bisogno di sapere cosa fare: l’incertezza è il miglior alleato di questo virus e della prossima catastrofe economica. Il Governo ci dice che possiamo restare aperti, favorendo smart working, facendo smaltire ferie e permessi, applicando i protocolli di sicurezza. Sì, ma quali protocolli? Uno chiaro per tutti o alla fine è responsabilità dell’imprenditore, con tutte le conseguenze del caso? E quali mascherine? Non ce ne sono a sufficienza in giro ma se ve ne fossero quali modelli e ogni quanto cambiarle? Decide questo sempre l’imprenditore? Se decidi di chiudere ma non c’è l’ordinanza diventi inadempiente nella filiera. Se tieni aperto metti a rischio la salute. Davvero tocca agli imprenditori decidere della salute pubblica? Tante nostre imprese hanno già attraversato momenti penosi, difficili, duri. Hanno superato crisi profonde, hanno cambiato pelle per risorgere più forti di prima. Ce la faranno anche questa volta. Insieme ai loro collaboratori, fiduciosi nel futuro. Non saranno due o tre settimane a cambiare il destino delle nostre aziende ma abbiamo bisogno di un Governo che decida”.

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