Quantcast

Streparava: “L’industria non getta la spugna”

Il vicepresidente di Aib, con delega all'economia e innovazione, avverte:"Crisi può voler dire anche grandi opportunità".

paolo-streparava-aib-brescia(v.p.) Come usciremo da una crisi economica tanto dura? E quale sarà il ruolo dell’industria nella provincia di Brescia? Il dibattito è aperto, ma la ricetta non ce l’ha in tasca nessuno. Tanto più che ogni domanda ne genera subito un’altra. Mercati emergenti e delocalizzazione, per esempio, sono davvero la risposta per rilanciare il manifatturiero?
Prosegue il nostro ciclo di interviste nel mondo dell’economia della provincia di Brescia. Dopo aver sentito Giancarlo Turati, responsabile delle attività legate all’Expo 2015,
quiBrescia.it ha parlato con Paolo Streparava, 43 anni, terza generazione di imprenditori alla guida della Streparava spa, solida azienda dell’automotive con 700 dipendenti che ha sede ad Adro, e vicepresidente di Aib (l’Associazione degli industriali bresciani) con deleghe all’economia, all’innovazione e internazionalizzazione.
DOMANDA. Da cosa è nata questa crisi?
RISPOSTA. Ovviamente non c’è un singolo fattore e io, oltretutto, non sono un economista. Però è ovvio che sono stati commessi una serie di errori da parte dei governi nella lettura dei mercati finanziari delle nazioni più sviluppate e anche dei paesi cosiddetti emergenti.
D. Lei che idea si è fatto?
R. Credo che ci sia stata un’errata interpretazione dei rapporti tra l’economia reale e quella virtuale. E quando si utilizza il credito per finanziare i consumi, e si fanno debiti per favorire le vendite, vuol dire che si sta creando un meccanismo non virtuoso, che quando crolla può avere effetti devastanti.
D. Molti pensano che la crisi abbia trasformato i mercati per sempre
R. Lo penso anch’io. Credo che ormai pretendere un’economia globale costantemente in crescita non sia più possibile. Ci sono modelli di sviluppo non più sostenibili, e tutti noi dobbiamo affrontare in maniera nuova il mercato.
D. Il mercato si restringe e aumenta la concorrenza?
R. Diciamo di sì, ma non bisogna mai perdere di vista le grandi opportunità che si possono trovare in una crisi.
D. Cioè?
R. Quando un sistema ingessato viene scardinato, crea sempre degli spiragli che chi sa lavorare e ha una buona visione di insieme può sfruttare.
D. Servono comunque qualità e competenza…
R. Ormai se non hai qualità e professionalità non puoi andare avanti. E a questi fattori vanno sempre abbinati la capacità di innovare e la riduzione al minimo degli sprechi. Del resto la domanda è inferiore all’offerta.
D. Però questo discorso vale più per le aziende strutturate che per le piccole.
R. Non è affatto vero, facciamo l’esempio di una startup…
D. Benissimo.
R. Le startup in questo periodo hanno un buon accesso al credito. Oltretutto sono nati incubatoi che aiutano a dare una struttura a nuove idee positive per il mercato. Uno di questi incubatoi è presente anche in Aib, ed è molto attivo.
D. Ma basta questo per fare un’impresa?
R. Naturalmente no. E nessuno dice che sia facile. Stiamo parlando di opportunità che, secondo me, ci sono. Bisogna riordinare le idee e promuovere soluzioni nuove, che facciano risparmiare e che garantiscano performance migliori. Su più livelli.
D. Molti hanno avuto brutte esperienze con le startup…
R. Il rischio d’impresa esiste sempre, non si può cancellare. Serve anche una buona dose di coraggio. Ci siamo innamorati delle cose facili. Ora le startup hanno acquisito una valenza differente rispetto ai primi anni del Duemila, quando bastava un
dot-com per parlare di business. Sono sempre più spesso improntate sull’innovazione tecnologica, per migliorare sistemi già esistenti e per fornire un supporto migliore a imprese che lavorano in un determinato settore. Diciamo che il concetto di startup non è più legato strettamente a internet.
D. Parliamo del manifatturiero. Si vede questa ripresa oppure no?
R. Ci sono dei dati positivi, questo è un fatto. Oltretutto negli ultimi 12-18 mesi le aziende hanno ricapitalizzato. Questo è un altro aspetto molto positivo: vuol dire che gli imprenditori sono disposti a scommettere.
D. Ma come è andato lo scorso anno per il made in Brescia?
R. Al di là dei numeri, vorrei soffermarmi su un dato di fatto. Il sistema industriale bresciano ha mantenuto i posti di lavoro, nonostante una serie di questioni molto delicate…
D. A quali questioni si riferisce?
R. Ai mille lacci burocratici con i quali dobbiamo fare i conti e al costo del lavoro: probabilmente il più alto d’Europa se si pensa al ritorno che se ne riceve.
D. Torniamo sul manifatturiero. Mi pare di capire che Brescia tiri ancora la carretta.
R. Non so. Parliamo di fatti. C’è uno studio che colloca le province di Brescia e Bergamo tra i primi cinque distretti industriali d’Europa. Da noi ci sono aziende che hanno grande valore aggiunto e significative ricadute sul territorio. Il manifatturiero è molto importante, questo sicuramente sì.
D. Ma non sarebbe ora di puntare anche su altri settori, come il turismo e i servizi?
R. Sicuramente anche altri settori sono importanti, ma al momento non hanno ancora dimostrato che si possa fare a meno dell’industria. Sento parlare di turismo e sviluppo turistico da anni, eppure non mi risulta che tutti quanti possano vivere grazie al turismo. Anzi: le imprese turistiche bresciane stanno facendo fatica come le altre.
D. Il nodo forse è che senza riforme l’economia non potrà conoscere una vera ripresa?
R. Le riforme sono necessarie per alleggerire il sistema, ma non possono aiutare la ripresa, dato che richiedono tempi biblici per l’attuazione. Sono le aziende che devono reagire e costruire nuovi modelli.
D. Nuovi modelli come i cluster, concentrazioni di imprese?
R. Serve l’aggregazione di diversi soggetti, pubblici e privati, per trovare soluzioni applicabili in più campi, condividere
know how, controllare i costi. Ma anche trovare finanziamenti europei per l’innovazione tecnologica. Insomma, ci sono almeno dieci macro aree che devono dare l’impulso alla ripresa dell’economia, se si vuole parlare di ripresa.
D. E a Brescia i cluster sono seguiti con interesse?
R. Assolutamente. In un convegno che abbiamo fatto su queste nuove opportunità, c’erano 192 aziende presenti. Oltretutto a Brescia è nato il cluster lombardo sulla Mobilità.
D. Sembra di capire, comunque, che gli sbocchi per le imprese in questo momento guardano per lo più all’estero.
R. Esistono mercati esteri molto importanti, grazie ai quali le industrie bresciane, pur con tutte le difficoltà, sono riuscite a salvaguardare il nostro sistema.
D. I paesi emergenti, però, hanno dato una mazzata a una serie di industrie locali…
R. Ci sono imprese, soprattutto in alcuni comparti, che devono ripensare i propri modelli, questo è chiaro, ma senza dimenticare la propria competenza e la propria cultura d’impresa.
D. Perché sempre più imprese scelgono di produrre nei paesi emergenti?
R. Abbiamo fatto un’indagine in Aib e quindi posso affermare con sicurezza questa cosa. Le imprese che hanno delocalizzato all’estero non hanno perso posti di lavoro nella nostra provincia. Anzi, spesso l’aver delocalizzato ha significato trovare nuove opportunità anche per gli stabilimenti bresciani.
D. Mi faccia un esempio…
R. Le faccio l’esempio della Streparava. Noi abbiamo uno stabilimento in India, nato soprattutto per le esigenze di un nostro cliente che ha un grande impianto in quel Paese. Grazie alla fornitura che abbiamo garantito in questi mesi, siamo riusciti a prendere una seconda importante commessa dallo stesso cliente, questa volta realizzata nel nostro stabilimento di Adro. Le opportunità si possono trovare all’estero, ma il cuore delle imprese resta sempre dove la fabbrica ha origine, dato che la qualità, lo sviluppo, la rettifica e la ricerca vengono sempre seguiti a Brescia.
D. Quindi le imprese manifatturiere rimarranno sempre qui da noi?
R. Io credo di sì. Qui resteranno sempre determinate competenze, quelle che fanno la differenza.
D. Insomma, andare all’estero non conviene su tutto.
R. Noi siamo in India a produrre alcune cose. E ci sono delle criticità oggettive. Pensate solo al traffico caotico di alcune province, dove per fare cinque chilometri in auto si impiegano almeno 45 minuti. Ci sono poi altre questioni tecnico-organizzative che complicano, e di molto, il sistema produttivo.
D. La Cina, però, non è l’India…
R. Questo è vero: in Cina è diverso, ma il costo della manodopera ha avuto un’impennata, e tra 10 anni non sarà più così conveniente produrre lì. Senza contare il fatto che non c’era una cultura per la gestione della ricchezza. Ed è proprio la mancanza di capacità nella gestione della ricchezza che può fare ribaltare il governo di un Paese. Non è un caso che in Italia ci siano ottime imprese che decidono di restare e di investire qui.
D. E in Russia la situazione com’è?
R. Non nascondo che ci sono alcune imprese, soprattutto legate alla meccanica, che stanno soffrendo a causa dell’embargo, ancor più che per il calo del potere d’acquisto del rublo. Questo è un problema che stiamo affrontando anche come Aib. Come associazione industriale, questo sia chiaro, faremo di tutto per sostenere le imprese che si trovano a gestire questa situazione. Certamente non le lasceremo sole.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di QuiBrescia, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.