La trappola del woke, perché i diritti civili dividono il campo largo
L’affondo di Conte contro l’ideologia identitaria apre una faglia nel centrosinistra. Tra le prudenze del Pd e la difesa della sinistra radicale, l’opposizione discute sul futuro del progressismo italiano. Si può lottare per le libertà individuali mantenendo al centro il lavoro e i salari?
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Roma. Una parola fluida, nata oltreoceano, sta ridisegnando i confini e le tensioni della sinistra italiana. Il termine woke – letteralmente “sveglio”, mutuato dal dialetto afroamericano per indicare la consapevolezza contro il razzismo e le discriminazioni sociali – è diventato il centro di un acceso scontro politico. Se per una parte del progressismo rappresenta la necessaria difesa delle minoranze, dell’identità di genere e dei diritti civili, per i critici si è trasformato in un sinonimo di politicamente corretto esasperato, dogmatismo, boicottaggio mediatico dell’antagonista.
Questo dibattito, originato nei campus statunitensi e rilanciato dai media internazionali, è ufficialmente esploso in Italia, trasformandosi in una mina vagante per il cosiddetto campo largo, la coalizione che tenta di unire le opposizioni di centrosinistra.
Conte accende la scintilla del dibattito
A innescare la miccia è stato il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, con un intervento indirizzato al quotidiano La Repubblica. Prendendo spunto dalle riflessioni critiche della deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez, Conte ha espresso una netta condanna dell’ideologia woke. Secondo l’ex premier, concentrarsi eccessivamente sulle battaglie identitarie e sul linguaggio inclusivo rischia di allontanare il popolo, lasciando indietro il vero motore della sinistra: la lotta alle disuguaglianze economiche, la difesa dei salari e la giustizia sociale.
Nel centrosinistra la divisione è di casa
La presa di posizione di Conte ha aperto una frattura con le altre anime della coalizione, più o meno profonda a seconda delle sensibilità.
Nel Partito Democratico, la segretaria Elly Schlein ha preferito mantenere un silenzio prudente, cercando di deviare l’attenzione su temi concreti come stipendi e fisco. Tuttavia, l’anima più progressista del partito condivide l’agenda dei diritti civili e teme che l’attacco al woke sia un cedimento culturale alla destra.
Le forze più a sinistra del cosiddetto campo largo, come Alleanza Verdi e Sinistra (Avs), rivendicano con forza la sovrapponibilità tra diritti civili e diritti sociali. Sostengono che tutelare le minoranze LGBTQIA+ o promuovere l’inclusione non mini la difesa dei lavoratori, ma la completi.
A nome del centro moderato, Matteo Renzi ha espresso parere favorevole alla linea di Conte, intravvedendo la necessità di sottrarre la coalizione a derive giudicate troppo radicali o ideologiche.
Un’opposizione frammentata piace alla maggioranza
Nel frattempo, il centrodestra osserva con piacere l’ennesima disputa nell’opposizione. I leader della maggioranza ironizzano sulle divisioni interne degli avversari, descrivendole come una seduta di autocoscienza distante dai problemi reali del Paese.
Il dibattito sul woke dimostra che l’alleanza tra Pd, M5S e sinistra radicale non deve superare solo scogli programmatici o di politica estera. La vera sfida è identitaria: decidere se il futuro del progressismo italiano debba lottare per la difesa delle identità e dei diritti individuali, o focalizzarsi unicamente sulla tradizionale centralità del lavoro e della classe sociale.




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