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Migranti, Rolfi risponde a padre Mario

Il consigliere regionale leghista ha risposto al direttore dell'ufficio migranti della Diocesi di Brescia sul tema dei richiedenti asilo.

fabio-rolfi-regione(red.) Il consigliere regionale leghista Fabio Rolfi, nella giornata di domenica 23 agosto, ha inviato una lettera di risposta a Padre Mario Toffari, direttore dell’ufficio Migranti della Diocesi di Brescia, che chiedeva all’ex-vicesindaco cittadino di adoperarsi con i vertici della Lega Nord, e il segretario Matteo Salvini in particolare, per svelenire i toni della discussione politica sulla presenza dei profughi in Italia. Ecco il testo integrale

Caro padre Mario,
Ti ringrazio dell’occasione di un confronto pubblico su un tema delicato e di grande attualità che scalda l’opinione pubblica anche bresciana, dividendola in maniera viscerale ma nei confronti del quale, condivido, nessuna ha la ricetta magica. Opportunità dalla quale non mi sottraggo, ricordando le diverse occasioni di confronto avute con Te negli anni passati, confronto credo sempre virtuoso per la città, nonché la stima che mi sento di rinnovarTi anche attraverso questa lettera.
Non voglio entrare in modo dettagliato nel merito dei dati da Te citati, conoscendoTi so che maneggi con cura cifre e numeri, riportando dati ufficiali, peraltro ampiamente noti perché quotidianamente pubblicati da ogni giornale. Permettimi però alcune riflessioni, e qualche puntualizzazione:
1) In merito al rapporto tra immigrati sbarcati in Italia e coloro che ottengono una qualche forma di riconoscimento che attesti il diritto alla permanenza, voglio evidenziarTi i dati resi noti dal Ministero dell’Interno, che possiamo ritenere fonte attendibile, in occasione della giornata mondiale del rifugiato. Sulla base di questi dati e’ pari al 50% la percentuale di diniego dello status di rifugiato, nelle varie declinazioni previste. Cioè una domanda sue due di quelle fatte al nostro Paese dagli immigrati sbarcati sulle nostre coste viene respinta per mancanza di requisiti. Questo a testimonianza di quanti sono gli immigrati che semplicemente cercano, legittimamente, di venir a vivere nel nostro Paese per ragioni di vario tipo ma che non attengono alle crisi in atto e pertanto non hanno titolo per stare in Italia. Questo è un punto importante, perché sottraendo dalla massa indistinta quelli che non intendono presentare domanda di rifugiato in Italia ma che in qualche modo, nella confusione generale e per la chiusura dei paesi confinanti, continuano a gravitare qui (ai quali per dovere di completezza bisogna aggiungere quelli che non registriamo e quelli che si allontanano dai luoghi di accoglienza..) e quelli che pur presentandola se la vedono respinta per mancanza di requisiti, è evidente, prendendo per validi i Tuoi dati, che ospitiamo nel nostro Paese, decine di migliaia di persone che non hanno titolo per starci. Comprendo il messaggio universale della Chiesa e lo rispetto, ma da pubblico amministratore e da persona di buon senso mi chiedo: se una persona non ha diritto a stare nel nostro Paese perché deve rimanere?
2) Guardiamo i dati dell’accoglienza diffusa Regione per Regione, anche in proporzione al numero di immigrati già residenti. Ne riporto alcuni (fonte Ministero interno, dati di Luglio 2015): la Sicilia è in testa a questa classifica con oltre 14.000, segue la Lombardia con 11.485, il Lazio con 8.312, la Campania con 7079 e il Veneto con 6148. Le altre Regioni? La Toscana 5000, il Friuli ad esempio ospita 2606 immigrati, l’Umbria 1476, la Basilicata meno di 1000. C’è una disomogeneità evidente, conseguenza, volendo essere proprio buoni, della solita disorganizzazione italiana che ha il suo culmine nell’accoglienza relegata negli hotel, caso più unico che raro in Europa.
Cito questi pochi dati in aggiunta ai Tuoi per evidenziare che anche nei confronti di questa nuova ondata (che a Roma faticano a chiamare emergenza, ma lo è in modo evidente e come tale andrebbe trattata) la Lombardia ed il Veneto, regioni tanto criticate, hanno fatto la loro parte, addirittura in modo significativamente maggiore di altre Regioni con diversa guida politica e i cui presidenti pontificano l’accoglienza nei talk show televisivi. Credo quindi proprio nella logica dell’accoglienza diffusa non sia egoismo chiedere che territori che hanno dato di meno oggi diano di più rispetto ad altri magari anche tenendo in considerazione anche la percentuale di immigrati già residenti. Perché prendersela sempre e soltanto con Lombardia e Veneto?

Queste semplici puntualizzazioni per commentare i numeri perché come sempre i dati, che possono prestarsi a varie riflessioni, devono essere parametrati, commentati, analizzati sopratutto se tendono a descrivere fenomeni sociali che. come abbiamo vissuto insieme a Brescia, rischiano poi di produrre forti tensioni sociali.
Tutto questo per dire che un via bresciana all’accoglienza c’è già ed è testimoniata dal gran numero di immigrati residenti nella nostra città e nella nostra provincia. Molto dei quali si sono integrati, hanno costruito relazioni solide, vivono la comunità e Ti assicuro in taluni casi guardano con simpatia anche alle nostre idee. Questo è avvenuto non senza problemi, ma è avvenuto grazie al tessuto industriale che consentiva di assorbire generando occasioni di lavoro (certo qualche industriale se n’è anche approfittato…) alla rete di assistenza e solidarietà organizzata e capillare costruita intorno al volontariato, al ruolo della Chiesa di cui Tu sei il principale testimone, all’azione di supporto dei Comuni. E su quest’ultimo attore, i Comuni, permettimi una riflessione, non secondaria. Se vi sono nel nostro territorio così tanti immigrati inseriti nella società locali, lavoratori e padri e madri di famiglia è perché anche i Comuni, tutti i Comuni, hanno fatto la loro parte. Corsi di alfabetizzazione, case comunali, contributi integrazione reddito, contributi per gli affitti, assistenti sociali, assistenza sanitaria, contributi per i libri scolastici, gestione minori non accompagnati, centri di accoglienza comunali, e potrei continuare, per evidenziare lo straordinario sforzo praticato dai Comuni bresciani tutti negli ultimi 30/35 anni per assicurare una vera integrazione sociale delle masse di uomini e donne arrivati nel bresciano. Uno sforzo enorme e che inevitabilmente oggi pesa sempre di più sulle casse dei Comuni a fronte di una crisi economica esplosa a livello sociale che pone bisogni nuovi e maggiori a fronte di contrazione di risorse sempre più evidenti. Certo, i 35 euro al giorno per profugo che destina l’Europa sono vincolati a questo, ma tutti i servizi sopraccitati sono sostenuti dalle comunità locali non da altri con risorse spesso soltanto proprie, visto che l’immigrato è una persona e pone esigenze e bisogni, anche terminata la fase “garantita” con i 35 euro. Ed essendo la coperta sempre più corta, più moltiplichiamo la domanda di assistenza sociale più si dovranno fare, volenti o nolenti, scelte di priorità. Anche spiacevoli.
Allora che fare? Certamente utile dialogare, cercare di costruire punti di vista comuni partendo da visioni differenti ed anche compiti differenti, abbassando tutti i toni. L’uomo di Chiesa chiamato per la sua missione ad una visione ed un messaggio di tipo universalistico, alla luce degli insegnamenti del Vangelo, ed il politico chiamato invece a misurare le proposte politiche di gestione di un fenomeno sociale alla luce della sostenibilità economica e di tenuta complessiva, non tralasciando l’opinione pubblica non per grette ragioni di consenso come sento ripetere spesso ultimamente ma perché in un sistema democratico l’opinione pubblica conta, è l’espressione più viva del patto fondante lo Stato e non si possono gestire fenomeni così complessi in costante contrasto con il pensiero diffuso. Ma credo che ancora più utile anziché chiedere di esportare un”modello Brescia” che c’è, esiste, è patrimonio comune, ed è testimoniato dai numeri dell’accoglienza e dell’integrazione avvenuta nei decenni passati ma che ora è inevitabilmente al collasso, occorre chiedere un “modello Paese” di gestione dell’immigrazione. Un modello che in altri Stati c’è, tu citi la Germania, io potrei citarti l’Inghilterra, ma in Italia manca. Un Paese non può limitarsi al giusto dovere di salvare vite umane in difficoltà in mezzo al mare (ciò avveniva anche quando c’era un ministro della Lega agli Interni) scaricando poi tutto il resto sui territorio, sui Sindaci, sul volontariato. Più in generale sul “chi vivrà vedrà”. È questa la politica di accoglienza di una Paese moderno? Servirebbe un Governo che si approcciasse al tema con volontà di gestirlo non subirlo, cominciando con il costruire con i territori a partire dalla Regioni una modalità condivisa di gestione dei flussi, non solo per riparare le distorsioni viste prima ma anche per cercare di costruire percorsi condivisi anche con chi fornisce idee differenti, riconoscendo che esiste un’emergenza e non nascondendola. Servirebbe un Governo che si ponesse il problema di una burocrazia eccessivamente lunga e disarticolata che, di fatto, rappresenta un problema nel problema perché mantiene queste persone nel limbo per troppo tempo quando invece abbiamo bisogno di maggior velocità per accogliere chi ne ha diritto e respingere chi non ne ha, peraltro la maggior parte. Si può trovare una soluzione a questo problema? Io credo che si possono trovare soluzioni organizzative e legislative che rendano più rapida e meno caotica, oserei dire meno prefettizia, questa fase cruciale se nel nostro Paese prevalesse il buon senso e non la tipica cialtroneria di chi lascia andare le cose come vanno.
E poi rigore e rimpatri veri. E si perché sono convinto che ogni politica seria verso il tema dell’immigrazione non può che poggiare sue due pilastri: accoglienza ed integrazione per chi ne ha diritto (che a Brescia non sono mai mancate) e chiusura netta verso chi non ne ha o se ne approfitta. Oggi questo manca e questa mancanza, unitamente a certi messaggi a mio avviso ideologici e pericolosi in questo contesto storico da parte di certa politica, tendono a trasformare il nostro Paese nella terra promessa dove tutto è possibile, dove è possibile aspirare ad una vita di soddisfazioni, dove tutto è concesso a tutti. Un’illusione contro la quale molte di queste persone andranno a sbattere, finendo con favorire il risentimento verso chi ha accolto, alimentando le file di chi strumentalizza il disagio (a Brescia conosciamo bene questi movimenti..) o peggio ancora diventando sensibili ai richiami di ambienti ancor più estremistici che proprio in questo risentimento pescano adepti. Rigore e rimpatri richiedono un atteggiamento politico e culturale serio (Cameron parla di integrazione muscolare), norme legislative molto chiare, strutture per il trattenimento temporaneo delle persone da rimpatriare, esistenti ovunque ma solo in Italia tanto criticate, risorse per finanziare i viaggi di ritorno ed una politica estera incisiva nella costruzione degli accordi bilaterali per i rimpatri. È utopia chiedere questo? No, certamente non lo si fa dalla sera alla mattina ma da qualche parte bisogna cominciare riconoscendo che accoglienza e rigore devono viaggiare parallelamente altrimenti è il caos; altrimenti si generano insofferenza e tensioni sociali; altrimenti monta la giustificata percezione che si sta subendo un fenomeno senza gestirlo. Anche perché tutti sappiamo in Italia, a differenza dei paesi da Te citati, le espulsioni, in assenza di accordi bilaterali e centri di permanenza temporanea, sono fittizie e si risolvono con un semplice decreto di espulsione. Non sono in sostanza numeri reali.
E da ultimo, ma non per ultimo, la prevenzione. Già perché è convinzione di tanti che i 2000 morti accertati che giacciono in fondo al mediterraneo sono la minima parte degli uomini, donne e bambini che muoiono in questa perdurante tragedia. Lungi da me il tentativo di buttare la palla lontano dal nostro campo di gioco, ma senza porsi il tema della prevenzione delle partenze non affronteremo mai seriamente il tema delle difesa della vita, del contrasto al racket e della gestione seria e sostenibile del diritto all’emigrazione, che si riconosco essere un diritto universale dell’uomo e come tale va riconosciuto, difeso ma allo stesso tempo regolamentato.
Che fare? Giusto e necessario, per quanto mi riguarda, da parte delle autorità ecclesiastiche richiamare tutti coloro che hanno competenze istituzionali all’impegno diffuso per la salvaguardia della vita umana e della dignità della persona ma, permettimi, credo che sia doveroso, come peraltro già  fatto, ma meriterebbe forse anche un richiamo più deciso, ammonire  la comunità internazionale a non limitarsi all’assistenza, a non guardare dall’altra parte e non far prevalere interessi materiali sullo sradicamento se non addirittura sterminio di interi popoli. Altrimenti l’ecatombe non sarà mai finita. Qualche anno fa, il 5 dicembre del 1992, rompendo ogni tabù, sua Santità Giovanni Paolo II^, in occasione di un discorso alla FAO, sostenne che “..sia reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza dei popoli e di interi gruppi etnici”. Sempre Papa Wojtyla il 17 gennaio del 1993 in un discorso al corpo diplomatico presso la Santa sede, a proposito della guerra in Jugoslavia precisò che “una volta che tutte le possibilità offerte dai negoziati diplomatici siano stati messi in atto e che, nonostante questo, delle intere popolazioni sono sul punto di soccombere sotto i colpi di un ingiusto aggressore, gli stati non hanno più il diritto all’indifferenza. Sembra proprio che il loro dovere sia di disarmare questo aggressore.” Sappiamo che è anche grazie a questi coraggiosi, chiari e decisi interventi che la vicenda bellica balcanica è giunta alla fine vincendo appunto “l’indifferenza degli Stati.” Non voglio spingermi oltre, non ne ho competenze ne titoli, ma credo che se allora il mondo stesse assistendo ad un massacro nel cuore dell’Europa, oggi quello sta avvenendo alle porte del nostro continente coinvolgendolo direttamente con i flussi migratori di questi giorni non è da meno.
Caro Mario, queste le mie riflessioni spero siano sufficientemente chiare e complete per far comprendere idee e argomentazioni che possono rappresentare terreno di confronto non solo per migliorare un sistema di accoglienza nazionale, che oggi è palesemente inadeguato, ma anche per costruire una politica nazionale dell’immigrazione che sappia coniugare le esigenze di sostenibilità di un Paese con la salvaguardia della dignità dell’uomo che non deve mai venir meno. Riflessioni ed argomentazioni che spero possano essere, anche se in modo non esaustivo, la base per un confronto, come da Te richiesto, che mi onoro anche di rappresentare ai vertici del mio Movimento, e che per quanto mi riguarda auspico possa proseguire, affinché l’immigrazione, in un mondo ormai globale, possa diventare un giorno non più un terreno di scontro ma di condivisone di proposte per una gestione improntata alla vera accoglienza non disgiunta da rigore e sostenibilità.

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