Centri commerciali: “Cattedrali nel deserto?”

Un'indagine di Fisascat illustrata in un convegno presso l’auditorium Cisl. A Brescia ci sono 3000mq ogni 1000 abitanti. Ma i fatturati della gdo sono in calo.

(p.f.) Speculazione o occupazione? Cosa si nasconde dietro il giro d’affari dei centri commerciali? Ha senso, in un momento di crisi che ha colpito anche la grande distribuzione, continuare a costruire cattedrali nel deserto?
Se l’è chiesto Fisascat, Federazione italiana sindacati addetti ai servizi commerciali  affini turismo, che ha commissionato un’indagine a livello nazionale per capire se i centri commerciali creino realmente posti di lavoro o se piuttosto non siano solo oggetto di speculazione immobiliare.
I risultati dell’indagine saranno comunicati e commentati giovedì 10 maggio, durante un convegno presso l’auditorium Cisl di via Altipiano d’Asiago 3. Interverranno: Enzo Torri, segretario generale Ust Cisl Brescia; Alberto Pluda, segretario generale Fisascat Cisl Brescia; Andrea Di Stefano, direttore di “Valori”, mensile di economia sociale e finanza; Carlo Massoletti, presidente di Ascom Brescia; Maurizio Margaroli, assessore al commercio del Comune di Brescia; Alessio Merigo, direttore Confesercenti Brescia; Ferruccio Fiorot, segretario nazionale Fisascat Cisl.
“In quanto a superficie di vendita”, ha spiegato Pluda, “Brescia non ha nulla da invidiare alle città europee: 3000mq ogni 1000 abitanti. La crisi ha colpito duramente il commercio, eppure, quando si parla di espansione della città, si pensa subito a nuove superfici commerciali, come è accaduto con il nuovo Pgt. Ma a chi giova un centro commerciale?”. Negli ultimi dieci anni, il controllo delle dinamiche della Gdo è passata nelle mani dei gruppi finanziari che non hanno esperienza diretta di vendita al dettaglio. “Dietro i centri commerciali, c’è soprattutto speculazione e ci sono i giochi della finanza: il continuo ampliamento della rete e il continuo riammodernamento rappresentano strategie prioritarie adottate dalle società della distribuzione per mantenere la crescita della produttività”.
Insomma, se i centri commerciali registrano cali di fatturato, per poter reggere le società che li gestiscono sono costretti a nuove aperture o ad allargarsi. Dalla nascita di nuovi centri, ci perde però la comunità. Innanzitutto in termini di consumo di suolo e di inquinamento. Ma ci perde anche la rete del commercio di vicinato e il tessuto sociale che si crea attorno ai piccoli negozi. “Quando arrivano, i centri commerciali spazzano tutto, perché creano condizioni tali da mettere in difficoltà i piccoli commercianti. Si perdono così posti di lavoro, ma il punto ancora più importante è che non si crea nuova occupazione”.
I centri commerciali vanno infatti a due velocità. Da una parte, c’è il grande brand che dà in genere il nome al centro, dove i lavoratori sono tutelati e vengono garantiti i requisiti per un’occupazione di qualità. Dall’altra, però, ci sono le centinaia di negozi che vengono aperti all’interno della struttura e che sono strangolati dai costi. “Si spiega così il continuo turn-over di attività che aprono e chiudono nei grossi centri commerciali. Le conseguenze le pagano i lavoratori: la maggior parte dei dipendenti sono precari, hanno contratti a tempo determinato, a partecipazione o di collaborazione”.
Con la liberalizzazione delle aperture, ad esempio, molti dipendenti si ritrovano a dover lavorare la domenica senza che fosse previsto nel contratto. “A farne le spese, insomma”; ha concluso Pluda, “sono sempre i lavoratori. Per questo dobbiamo chiederci se sia davvero opportuno continuare ad autorizzare l’apertura di nuovi centri commerciali”.

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