Sirmione, arrestato in hotel: «Sono avvocato e perseguitato politico, se torno mi ammazzano»

Il 43enne fermato sul Garda è accusato di narcotraffico dalle autorità turche. La difesa ha chiesto la scarcerazione.

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Sirmione. Era in vacanza sul Garda con la compagna quando, lo scorso 30 agosto, è stato arrestato dai carabinieri in un hotel di Sirmione. Il suo nome risultava inserito nei database dei ricercati internazionali: sulla sua testa pende un provvedimento di cattura emesso dalla magistratura turca il 22 febbraio 2022 nell’ambito di un procedimento per narcotraffico, concluso con una condanna definitiva a 15 anni di carcere.
Il 43enne, trasferito a Canton Mombello, ha sempre respinto le accuse.
Davanti alla Corte d’Appello di Brescia, attraverso un interprete, ha ribadito di temere per la propria vita in caso di rientro in Turchia: «Se torno mi ammazzano». Ha inoltre sostenuto di essere un avvocato e di essere perseguitato per le proprie origini curde e per la sua attività professionale.
La difesa, come riporta il Corriere, rappresentata dagli avvocati Giulia Danesi e Antonio Chianese, ha raccolto e depositato documentazione a sostegno della sua versione. Tra gli atti figura il tesserino che certifica l’iscrizione all’albo degli avvocati in Turchia e la documentazione relativa all’attività professionale svolta per una zia, già componente della Grande assemblea nazionale turca e copresidente del Partito democratico dei popoli.
I legali hanno inoltre prodotto messaggi minatori che il 43enne avrebbe ricevuto in relazione alla sua attività professionale e una sentenza di primo grado con cui era stato assolto nel procedimento per traffico di droga. Secondo la ricostruzione della difesa, la Procura generale aveva chiesto la conferma dell’assoluzione, mentre il successivo giudizio si era concluso con la condanna a 15 anni, che i legali ritengono legata a ragioni politiche.
Agli atti sono stati inseriti anche documenti relativi alla situazione nella zona curda di provenienza dell’uomo, compresi video dei bombardamenti e immagini della sua abitazione, che sarebbe stata distrutta. La difesa ha inoltre richiamato la storia familiare del 43enne, sostenendo che uno zio sarebbe stato torturato e ucciso nel 1996 e ricordando una pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo relativa alla vicenda.
Nel frattempo, il 43enne si era trasferito in Germania, dove lavora regolarmente. Anche in Germania, secondo quanto emerso in aula, è pendente una richiesta di estradizione avanzata dalla Turchia. Sempre in Germania avrebbe presentato una richiesta di protezione internazionale.
Alla luce della documentazione raccolta, i difensori hanno chiesto alla Corte d’Appello di Brescia la revoca della custodia cautelare in carcere, sostenendo anche che vi siano elementi per ritenere problematica l’eventuale estradizione.
Il sostituto procuratore generale si è opposto alla richiesta, ritenendo che gli elementi prodotti dalla difesa siano al momento rilevanti soprattutto sul piano dei fatti e sottolineando il rischio di fuga. La Corte d’Appello si è riservata la decisione sulla misura cautelare.

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