Cosca Tripodi, il giudice: «Mafia radicata con estorsioni, usura e intimidazioni»
Depositate le motivazioni della sentenza del processo con rito abbreviato. Per il gup il clan operava tra Flero e Castel Mella con autonomia e forti legami con la 'ndrangheta calabrese.
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Brescia. La cosca Tripodi era una struttura mafiosa pienamente operativa e radicata nel territorio bresciano, capace di esercitare un forte potere intimidatorio, infiltrarsi nell’economia locale e coltivare rapporti con imprenditori, professionisti e politica.
È quanto emerge dalle 1.260 pagine di motivazioni con cui il giudice per l’udienza preliminare Valeria Rey ha spiegato la sentenza del processo celebrato con rito abbreviato, concluso con 18 condanne, sei delle quali per associazione mafiosa.
Secondo il gup, il gruppo guidato da Stefano e Francesco Tripodi rappresentava «un ibrido» tra una cellula della cosca Alvaro-Violi di Sinopoli e una nuova formazione criminale autonoma. Pur mantenendo uno stretto legame con la cosca d’origine in Calabria, il sodalizio aveva acquisito una propria capacità decisionale, riuscendo a imporsi tra Flero e Castel Mella fino a diventare un punto di riferimento per la criminalità organizzata attiva tra Lombardia e Veneto.
Nelle motivazioni il giudice evidenzia che, pur non presentando tutte le caratteristiche delle tradizionali cosche calabresi, il clan possedeva tutti gli elementi richiesti per configurare il reato di associazione mafiosa. La forza intimidatrice veniva esercitata sia in modo esplicito, attraverso minacce e violenze, sia facendo leva sulla fama della ‘ndrangheta, generando un clima di omertà che ha impedito alle vittime di denunciare estorsioni, usura e aggressioni.
Tra le attività illecite individuate figurano estorsioni, usura, riciclaggio, ricettazione di veicoli e reati fiscali, oltre all’obiettivo di infiltrarsi negli appalti pubblici e nel controllo di attività economiche. Dalle intercettazioni emerge anche il ricorso sistematico a minacce di morte e violenza nei confronti di chi non rispettava gli accordi economici con il gruppo.
Le motivazioni affrontano anche la posizione dell’ex amministratore comunale di Castel Mella Mauro Galeazzi, condannato per scambio elettorale politico-mafioso. Secondo il giudice, durante la campagna elettorale del 2021 avrebbe promesso possibili opportunità negli appalti pubblici in cambio del sostegno elettorale del clan, mentre dalle indagini è emerso anche un rapporto economico con i Tripodi legato a prestiti di denaro poi restituiti.
La pena più severa è stata inflitta a Francesco Tripodi, condannato a 18 anni e un mese di reclusione, mentre Galeazzi è stato condannato a sei anni e otto mesi. Per il giudice, la vicenda dimostra come la ‘ndrangheta sia riuscita a radicarsi nel Bresciano con modalità moderne, mantenendo i collegamenti con la Calabria ma sviluppando una struttura autonoma, riconosciuta e temuta sul territorio.







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