Camici anti Covid con il lavoro nero: anche Brescia nell’inchiesta

L'indagine è partita da Prato. Il Consorzio romano Gap, che si era aggiudicato il bando pubblico, avrebbe subappaltato il lavoro a diverse aziende, sfruttando lavoratori clandestini per massimizzare il profitto. 27 indagati, 10 arresti, Sequestrati 43 mln di euro.

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Brescia. C’è anche Brescia tra le città in cui sono scattate perquisizioni e misure cautelari per una serie di commesse “in nero” per la realizzazione di camici anti Covid.
L’indagine è partita da Prato: la procura ha emesso 11 avvisi di garanzia per imprenditori italiani e stranieri di Reggio Emilia, Lecco, Pisa, Campobasso, Vicenza, Bologna, Arezzo, Torino, Brescia, Lecce, Pavia, Modena e Isernia: si tratta di “terzisti” che, per l’accusa, avrebbero prodotto camici e tute violando il divieto di subappalto in commesse pubbliche e ai quali è contestata anche il reato di frode.
Sono in tutto 27 le persone indagate, di cui 16 raggiunte da misure cautelari: 10 gli arresti, due i divieti a esercitare uffici direttivi e quattro obblighi-divieti di dimora.
Sequestrati 43 mln di euro tra denaro e beni nei confronti di sei indagati riconducibili alla gestione di fatto o di diritto del consorzio Gap. Svariate le ipotesi di reato a carico degli indagati.

Gli inquirenti toscani hanno riscontrato lo sfruttamento di operai clandestini, per lo più stranieri, di diverse nazionalità (cinesi, senegalesi, pakistani, bengalesi), che erano sottoposti a turni di 12 ore al giorno per riuscire a produrre la merce che un consorzio laziale avrebbe dato illegalmente in subappalto.
L’azienda romana finita al centro dell’inchiesta è il Consorzio Gap, che aveva vinto appalti pubblici con il Commissario Straordinario per l’emergenza Covid e con la Regione Lazio.

Secondo gli investigatori, il Consorzio Gap non aveva la capacità di realizzare la merce richiesta dalla Pubblica Amministrazione e così avrebbe utilizzato dei subappalti non autorizzati per la produzione. In poco tempo l’hub di Prato è diventato un grosso polo di fabbricazione celato nell’ombra. Si parla di circa 13 milioni tra tute e camini destinati tra Asl Roma 2 e il Commissario Straordinario.

A far scattare le indagini la denuncia di un sindacato a dicembre 2020 che aveva segnalato le condizioni di un lavoratore senegalese dentro una ditta collegata a imprenditori cinesi.
Da qui l’inchiesta, porta avanti dalla squadra mobile e dal Gruppo Specializzato al contrasto dello sfruttamento lavorativo di Prato.
«Un quadro allarmante – ha spiegato il procuratore di Prato Giuseppe Nicolosi – è stato scaricato il costo della prevenzione nel pieno dell’emergenza pandemica sullo sfruttamento di lavoratori, spesso, stranieri, privi di qualsiasi tutela legale nell’ambito del rapporto di lavoro».

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