Tentato omicidio ai Chiarini, lo zio resta in carcere per “la gravità delle condotte”

Il presunto mandante 27enne è considerato pericoloso. Non credibile la versione del 13enne che ha detto di aver puntato l'arma contro la vittima solo per intimidirla.

(red.) Nella giornata di oggi sono stati resi noti i le motivazioni dell’udienza di convalida del fermo per il tentato omicidio di Montichiari ai danni di Manuel Poffa, di 31 anni. Il Gip non ha convalidato il fermo per il 27enne D.S.A., ma ha comunque disposto la sua custodia cautelare in carcere.

Il quadro probatorio in attesa degli accertamenti tecnici urgenti disposti dal Pubblico ministero, vista la piena convergenza delle dichiarazioni confessorie con quella di altri testimoni, nonché il riscontro offerto dal rinvenimento dell’arma nel nascondiglio indicato dal 13enne che avrebbe premuto il grilletto la sera del 4 aprile ai Chiarini, abbinati alla micidialità dell’arma usata a breve distanza e alla vitalità della zona colpita, in prossimità del cuore, non lasciano dubbi sull’idoneità degli atti a poter cagionare la morte della persona offesa.

Sul versante dell’elemento soggettivo del reato, allo stato non è apparsa accreditabile la versione del minore, secondo cui avrebbe puntato l’arma contro la vittima solo per intimidirlo e che poi gli avrebbe sparato per errore. L’impiego di un’arma carica, l’esplosione del colpo al momento in cui la persona offesa era voltata di spalle, e la vitalità della zona colpita costituiscono un solido quadro indiziario della natura dolosa del gesto. 

“Lo zio”, si legge nelle motivazioni del giudice, “si deve ritenere che concorra nel delitto commesso dal nipote quale mandante dell’omicidio, avendo fornito consapevole contributo materiale e morale alla consumazione del reato, organizzando l’agguato e consegnando la pistola al minore, pertanto è indagato di tentato omicidio aggravato dalla premeditazione e dalla determinazione al reato di persona non imputabile. Per quanto concerne l’arma, essendo clandestina, il reato è quello dell’articolo 23 comma 3 della legge 110 del 75. Sebbene i suddetti delitti consentano al Pubblico ministero la disposizione del fermo dell’indagato, il fermo non è applicabile per l’assenza di un fondato pericolo di fuga, tenuto conto che l’indagato è stato identificato sul luogo del delitto e che non vi sono concreti elementi per ritenere che fosse in procinto di fuggire. La gravità delle condotte, però, sostengono la sussistenza delle esigenze cautelari integrate dal concreto ed attuale pericolo di commissione di delitti della stessa specie, come si evince dal gravissimo reato di cui si è reso responsabile l’indagato e dalle inquietante circostanze del fatto, avendo in modo spregiudicato coinvolto nel delitto il nipote minore”.
“Pertanto l’unica misura adeguata a garantire le predette esigenze cautelari è quella della custodia in carcere essendo evidentemente altri strumenti insufficienti ad infrenare la spiccata pericolosità dell’indagato”.

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