“Leonessa“, a Brescia una cosca mafiosa di Stidda

Un gruppo di Gela si era stanziato al nord Italia: tre filoni tra metodi mafiosi, fatture false e corruzione. L'operazione "Leonessa" presentata stamane.

(red.) Questa mattina, giovedì 26 settembre, è stata presentata l’operazione “Leonessa” che ha portato a sgominare un’organizzazione mafiosa con legami tra Gela, in Sicilia e portando fino a Brescia. La Direzione Distrettuale Antimafia della procura di Brescia, nell’ambito di una lunga e complessa indagine denominata “Leonessa”, condotta dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia di Stato, ha accertato l’operatività di una cosca mafiosa di matrice stiddara, con quartier generale a Brescia, che ha pesantemente inquinato diversi settori economici attraverso la commercializzazione di crediti d’imposta fittizi per decine di milioni di euro. Da questa notte, circa 300 unità della Squadra Mobile e del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Brescia, con il supporto dello SCO della Polizia di Stato e dello SCICO della Guardia di Finanza, hanno dato esecuzione a 69 arresti, sequestri per 35 milioni di euro, nonché a un centinaio di perquisizioni, per un totale di circa 200 indagati.

La Stidda, organizzazione mafiosa che alla fine degli anni ’80 in Sicilia si era militarmente contrapposta a Cosa Nostra rendendosi anche responsabile di efferati omicidi nei confronti di uomini dello Stato, nella sua versione “settentrionale” si è dimostrata capace di una vera e propria “metamorfosi evolutiva” sostituendo ai reati tradizionali nuovi business. L’organizzazione mafiosa, attraverso il supporto di “colletti bianchi”, ha permesso a una
vasta platea di imprenditori di evadere il Fisco per diverse decine di milioni di euro, cedendo crediti fiscali inesistenti con effetti distorsivi sull’economia reale condizionata dai reinvestimenti dei profitti illeciti conseguiti. L’enorme redditività del business ha determinato momenti di tensione con la cosca operante in Sicilia, il cui traffico di droga è stato inizialmente finanziato proprio dai proventi della vendita dei crediti fittizi. L’indagine ha, quindi, permesso di monitorare l’evolversi dei rapporti tra i due sodalizi che hanno, infine, siglato una vera e propria “pax mafiosa”, consapevoli, come affermato da uno degli indagati, che “(…) la guerra non porta a niente (…) la pace porta a qualcosa”.

La leadership della cosca settentrionale è stata assunta da un triumvirato composto da personaggi di elevata caratura criminale che già in passato avevano ricoperto ruoli di vertice nella stidda gelese e nelle sue proiezioni lombarde. Gli stiddari, mimetizzati nel nuovo ambiente operativo, hanno messo a disposizione degli imprenditori del nord i propri servizi illeciti che consistevano nella vendita di crediti fiscali inesistenti utilizzati per abbattere il debito tributario. L’anello di congiunzione tra i mafiosi e gli imprenditori era rappresentato dai “colletti bianchi”, i quali individuavano tra i loro clienti (sparsi soprattutto tra Piemonte, Lombardia, Toscana, ma anche nel Lazio, Calabria e Sicilia) quelli disponibili al risparmio facile e che ora dovranno rispondere di indebita compensazione di tributi. Nel breve arco temporale di un anno e mezzo, il gruppo criminale è riuscito a commercializzare crediti fiscali inesistenti per circa 20 milioni di euro, ceduti a imprenditori operanti tra i più svariati settori dell’economia.

Pur mutando il business, gli stiddari hanno mantenuto le “antiche” modalità mafiose nel loro quotidiano agire: pur “in giacca e cravatta”, sono rimasti fedeli ai comportamenti tipici della mafiosità, manifestando capacità di intimidazione nei confronti della concorrenza e di affiliati ritenuti inaffidabili, offrendo, in aggiunta ai crediti fittizi, protezione agli imprenditori che ne hanno fatto richiesta, estromettendo con violenza i partecipi delle società in cui avevano reinvestito i proventi illeciti. Le investigazioni hanno, inoltre, permesso di ricostruire le attività di reimpiego e riciclaggio, attuate attraverso società operanti, ad esempio, nei settori della consulenza amministrativa, finanziaria e aziendale, della sponsorizzazione di eventi e del marketing sportivo, del noleggio di auto, barche ed aerei, del commercio all’ingrosso, di studi medici specialistici, della fabbricazione di apparecchiature per illuminazione e della gestione di bar. Ecco, dunque, che le fonti di finanziamento illecito derivanti dai reati tributari diventano lo strumento per radicarsi nell’economia reale, come una vera e propria “metastasi” criminale che inquina l’ordine e la sicurezza economico-finanziaria.

Ciò a scapito della parte sana dell’imprenditoria costretta a soccombere a causa della concorrenza sleale della criminalità organizzata. L’indagine in rassegna è stata anche una vera e propria lente d’ingrandimento sulla città di Brescia, consentendo di individuare “dinamiche patologiche”, focalizzarle e reprimerle. Oltre a quello, mafioso, infatti, sono emersi anche altri due filoni investigativi. L’uno riguardante il settore delle fatture per operazioni inesistenti, per un ammontare complessivo di fatture false per 230 milioni di euro. L’altro, come corruzione, dove gli imprenditori, elargendo mazzette a pubblici funzionari ottenevano significativi risparmi fiscali. In sintesi, l’indagine ha permesso di denunciare all’autorità giudiziaria circa 200 persone, ed emettere 75 misure cautelari: 15 per associazione mafiosa, 15 per indebita compensazione, 18 per reati contro la Pubblica Amministrazione e 27 per emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Sono stati emessi anche decreti di sequestro per il recupero del maltolto di oltre 35 milioni di euro.

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