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Crac Marenco, indagati tre poliziotti di Brescia

Avrebbero svolto un servizio di sicurezza a disposizione dell'ex re del gas informandolo anche di indagini a suo carico. Si parla di una grossa bancarotta.

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(red.) Sono 51 le persone denunciate dalla Guardia di Finanza di Torino e Asti nel corso delle indagini sul fallimento delle società facenti capo a Marco Marenco, “re del gas” ed ex patron dello storico e prestigioso marchio di cappelli Borsalino. L’operazione è stata compiuta nella giornata di ieri, lunedì 3 giugno. Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di una colossale bancarotta fraudolenta (seconda in Italia solo a quella di Parmalat) ai danni di dodici aziende del gruppo, operanti nei settori dell’import-export di gas naturale e della produzione di energia elettrica. Nel corso dell’inchiesta, che tocca anche Brescia, sono stati anche sottoposti a sequestro preventivo beni per un valore complessivo pari a 107 milioni di euro. Sono stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini che hanno messo in luce un crac societario di oltre 4 miliardi di euro, nonché condotte distrattive per circa 1,13 miliardi.

I provvedimenti sono giunti al termine di una complessa attività investigativa condotta congiuntamente dai Nuclei di Polizia economico-finanziaria di Torino e di Asti e coordinata dal procuratore della Repubblica di Asti Alberto Perduca e dal pubblico ministero Luciano Tarditi. In particolare gli illeciti ipotizzati nei confronti degli indagati sono reati tributari (dichiarazione fiscale infedele, l’omesso versamento delle imposte, la sottrazione al pagamento delle accise), la truffa aggravata, l’appropriazione indebita, le false comunicazioni sociali e la bancarotta fraudolenta aggravata. Quest’ultimo reato, secondo gli accertamenti dei finanzieri, è stato commesso con l’unico scopo di distrarre e occultare somme, partecipazioni e beni aziendali in favore di imprese costituenti un mero schermo dell’imprenditore astigiano, spostando, in tal modo, tutte le attività patrimonialmente significative sotto il diretto e personale controllo di quest’ultimo. Le indagini hanno evidenziato che il denaro, le partecipazioni e i beni sottratti venivano impiegati in operazioni infragruppo e successivamente trasferiti all’estero, mediante compravendite fittizie.

Le attività imprenditoriali esercitate dalle società nel frattempo indebitate o fallite venivano proseguite da nuove aziende, appositamente costituite e intestate ad amministratori e manager vicini all’imprenditore. Queste ultime, vere e proprie “scialuppe di salvataggio”, erano a loro volta controllate da numerose società estere che, come “scatole cinesi”, componevano il complesso sistema di frode. L’intera attività investigativa ha consentito di scoprire una galassia costituita da almeno 190 società, residenti nel territorio nazionale ed estero, legate da complesse catene partecipative, talvolta schermate mediante l’interposizione di aziende offshore situate in paradisi fiscali. Per ricostruire le condotte distrattive e individuare le numerose società estere coinvolte è stato necessario l’utilizzo di diversificati strumenti di indagine, fra i quali l’attività di cooperazione internazionale – attivata anche per il tramite del II Reparto del Comando Generale della Guardia di Finanza – con numerosi Paesi esteri, comprese le Isole Vergini Britanniche, l’Isola di Man, Panama, Malta, Cipro, Liechtenstein e Lussemburgo.

Nel corso delle attività investigative è anche emerso che alcuni dei responsabili, al fine di eludere le indagini, utilizzavano dispositivi telefonici criptati e si avvalevano della collaborazione di pubblici ufficiali (anch’essi individuati e a vario titolo indagati per corruzione, favoreggiamento e accesso abusivo a sistemi informatici) che garantivano a Marco Marenco e ai propri familiari servizi di sicurezza, oltre ché il reperimento di notizie circa lo stato delle indagini. E proprio a proposito dei servizi di sicurezza sono coinvolti nell’inchiesta anche quattro poliziotti bresciani. Si parla di un ispettore di Polizia di 52 anni, un assistente 43enne, un altro assistente 45enne operativo alla Stradale di Brescia e un 48enne di Orzinuovi.

Secondo l’accusa, come è scritto nell’avviso di chiusura delle indagini, i quattro avrebbero svolto in modo illegale un’attività di body guard, anche di 24 ore su 24, in Italia e all’estero e anche in missioni in Ucraina per operazioni di acquisizioni di fonti energetiche portate avanti dalla società di Marenco. Hanno operato su disposizione del loro reclutatore che ha un passato militare e nei servizi segreti che traeva la provvista per i pagamenti dei fondi da società nel sistema e provvedeva al coordinamento di tutti gli agenti servendosi di un telefono non intercettabile. I poliziotti a disposizione di Marco, già arrestato nel 2015 e dopo aver patteggiato 5 anni di reclusione nel 2016, avrebbero messo in campo una struttura operativa anche con la forza fisica e intimidazione. E sarebbero stati pagati non meno di 700 mila euro all’anno. I bresciani sono accusati anche di accesso abusivo al sistema informatico del Ministero dell’Interno e insieme all’aggravante in quanto pubblici ufficiali.

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