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Industria, troppa enfasi acritica dai media

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    manifestazione della Cgil di Brescia(red.) Leggendo i quotidiani locali in questi giorni di fine anno colpisce l’enfasi acritica espressa a più voci sull’importanza e l’andamento dell’industria manifatturiera.
    Qualcosa non funziona nel ragionamento. Siamo sicuri che l’industria italiana sia la seconda a livello europeo? Il problema è sempre di indicatori. A parte errori di concetto, ricchezza e reddito non sono sinonimi, mentre il nodo principale resta la produttività di struttura (non del lavoro) che il settore manifatturiero è capace di realizzare.
    Se proprio dobbiamo analizzare il settore manifatturiero dobbiamo valutare la capacità di realizzare valore aggiunto per addetto. Non basta il valore assoluto. Infatti, se la concentrazione industriale è elevata, come ad esempio a Brescia, la somma della produzione complessiva sarà elevata. E dunque, per comprendere se quest’ultima è almeno vicina a quella media tedesca, serve una misura coerente.
    In realtà il valore aggiunto per addetto è pari a un terzo di quello medio delle imprese tedesche, cioè una capacità di produrre reddito di gran lunga inferiore a quello tedesco. Ciò pone un problema di struttura.
    Inoltre, siamo sicuri che l’export sia una misura dello sviluppo? E se fosse parte di una dipendenza di sbocco di mercato? In realtà, una parte dell’export della provincia è legato ai beni intermedi per le imprese tedesche, mentre loro realizzano beni capitali (macchine utensili). Non è proprio un bel segnale se consideriamo che le sfide che attendono il sistema produttivo è proprio nei beni capitali.
    Se poi consideriamo la sfida ambientale e la bilancia tecnologica nel settore, questa è sempre in passivo. Siamo in attivo nella bilancia commerciale di settore, ma in passivo in quella tecnologica. Qualcosa non funziona. Il futuro è sempre più etero-diretto.
    Forse il problema non è il presente, piuttosto l’incapacità e forse impossibilità di anticipare il futuro.
    Nuove conoscenze, tecnologie e tendenze suggeriscono scelte intelligenti e lungimiranti, capaci di innescare quel cambiamento radicale nello sviluppo di cui sarebbe capace “l’orgoglio bresciano” se solo non si accontentasse delle scorciatoie dei tagli al salario, ai diritti o peggio, ai mancati riconoscimenti (a Brescia più che altrove, secondo il 20° rapporto sulle retribuzioni in Italia di OD&M Consulting). Ovvero, se scegliesse di imboccare la direzione della produzione di mezzi per promuovere la crescita della riduzione dell’inquinamento e dell’emissione di gas nocivi, la lotta agli sprechi e all’uso inefficiente e ingiusto delle risorse naturali, il superamento della fragilita del suolo e dei sistemi idrici, nonchè per lo smaltimento delle acque reflue, per il recupero delle aree dismesse e da bonificare, per la rigenerazione dell’edificato esistente, per il mantenimento delle biodiversità, la riduzione energetica dai fossili e il rafforzamento delle fonti alternative, innescando nuova economia e creando lavoro giustamente riconosciuto.
    Qui, contro lo smantellamento dei diritti del lavoro, per il suo giusto riconoscimento, la CGIL apre il confronto con lavoratori e lavoratrici di tutti i settori, precari e non, con la proposta di un nuovo Statuto dei Lavoratori che assume la valenza di una Carta universale dei diritti.
    Non solo quale atto di giustizia sociale in virtù di quanto sancito dalla Carta Costituzionale, ma come necessità insuperabile per una reale crescita economica orientata all’interesse generale e per una reale svolta del Paese.

    Oriella Savoldi/segreteria Cgil Brescia

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