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Caso Bipop: è vero che la giustizia non è di questo mondo

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Adesso bisogna andarci piano con le parole. Dopo che il Tribunale di Milano ha praticamente rimandato a casa con tante scuse gli imprenditori e i banchieri considerati responsabili del crac Bipop, bisogna stare attenti a quello che si dice. E attenti dovranno stare anche tutti i commentatori che nel definire il gruppo di vertice dell’ex banca di Bruno Sonzogni e Giacomo Franceschetti sembravano andare a cercare gli aggettivi nel bidone della spazzatura. Basta offese gratuite, basta definizioni sprezzanti, basta usare parole pesanti.

Cadute le imputazioni più gravi come associazione per delinquere e agiottaggio, dieci dei dodici imputati – accusati di ostacolo agli organi di vigilanza, infedeltà patrimoniale e violazione del Testo unico bancario per la gestione di Bipop-Carire tra il 1998 e il 2001 -, hanno infatti patteggiato una pena di 6 mesi di reclusione davanti al gup di Milano, Marco Maria Alma, con il consenso del pm Gaetano Ruta.
Per nove di loro la pena è stata convertita in una multa di 68.400 euro, e per uno in 58.400 euro di multa. Per tutti vale uno sconto di 10mila euro in conseguenza dell’indulto.

E come negarglielo, poveretti? Perché accanirsi contro Sonzogni, Franceschetti, l’ex vicedirettore generale Giovanni Cadei, Maurizio Cozzolini, Mauro Ardesi, Gianfranco Bertoli, Arturo Amato, Andrea Menillo, Aurelio Menni? Perché prendersela con questi signori se – forse presi dall’euforia della new economy – sembravano considerare la Bipop un po’ come una propria creatura? E’ vero, può darsi che gli sia scappata la mano e abbiano un po’ esagerato, ma come non capirli?

Chi se non Sonzogni e Franceschetti avevano trasformato una insignificante Cenerentola (la piccola e sconosciuta Banca Popolare di Palazzolo sull’Oglio) nella Bipop, regina della Borsa italiana, protagonista di performance che oscuravano società ben più blasonate, con un bilancio sempre premiato dai giornali specializzati?
E che dire del titolo, i cui eccezionali rialzi avevano reso tutti ricchi: gli stessi amministratori – naturalmente – ma anche gli investitori che li avevano seguiti entusiasticamente a migliaia.
In questo ballo di gentiluomini non vorremmo essere proprio noi quelli accusati di mancanza di stile, ma bisogna dire che l’inchiesta fece saltar fuori un modo un po’ strano e disinvolto di gestire gli interessi della Bipop da parte di alcuni consiglieri d’amministrazione che, conoscendo in anticipo (o potendo influenzare) le decisioni della banca, riuscivano a trarne considerevoli vantaggi personali.

La storia era venuta alla luce per caso alla fine del 2000, come corollario di una durissima polemica interna tra consiglieri d’amministrazione bresciani e consiglieri reggiani, entrati in Bipop grazie alla fusione con la Cassa di Risparmio di Reggio Emilia.
In Borsa iI titolo era da tempo in magra: l’acquisto di una banca-on line tedesca (strapagata con azioni Bipop) aveva messo in giro troppa carta e il valore scendeva. I reggiani erano scontenti e alzavano la voce: volevano contare di più.
I bresciani cercavano di tenerli buoni: state calmi, gli dicevano, non vi siete arricchiti finora? Accontentatevi e lasciateci lavorare. Non si accontentarono e venne fuori una segnalazione di forti perdite nelle gestioni patrimoniali in fondi, mentre a 250 grossi investitori (guarda caso per lo più bresciani, ma non solo) venivano assicurate condizioni di favore con gestioni patrimoniali garantite per capitale e interessi.

Da allora in poi, fu come precipitare in un baratro. Fino al rapidissimo intervento di Cesare Geronzi e della sua banca romana, sponsorizzata con forza dall’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Un intervento talmente rapido da suonare persino sospetto agli occhi di molti, che non hanno mai digerito il fatto che la Bipop – bene o male un patrimonio bresciano – sia finita inghiottita dall’enorme calderone di Capitalia.
Questa sentenza ora mette la parola fine agli aspetti penali della vicenda.
Le parti civili, tra cui Consob, Bankitalia, Fineco e circa 800 piccoli azionisti, hanno ottenuto il rimborso delle spese processuali e potranno chiedere il risarcimento in sede civile.
Tra le altre migliaia di piccoli azionisti, esclusi anche dal processo, ci dicono siano comprese perfino alcune istituzioni cattoliche. Almeno loro una consolazione ce l’hanno: sanno infatti benissimo che la giustizia non è di questo mondo.

(Su questo argomento leggi anche la lettera di Dario Caselli, ex presidente della Fondazione Manodori)

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