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Le banche e la partita con il morto

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Negli ultimi giorni siamo stati assordati dalle grida di dolore dei numerosi banchieri e industriali condannati dalla sentenza per il crac Italcase-Bagaglino, che ha messo la parola fine al primo grado giudiziario della parabola dell’imprenditore bedizzolese Mario Bertelli.
I membri dei consigli d’amministrazione di molte aziende di credito italiane, compresi alcuni dei più bei nomi dell’industria e della finanza, hanno sparso lacrime e lamenti dopo essere stati schiaffeggiati (per la verità secondo qualcuno neppure con particolare severità, anche grazie all’indulto) dalla prima sezione penale del Tribunale di Brescia, dopo le pesanti richieste del pubblico ministero Silvia Bonardi. Alcuni si sono detti amareggiati, altri hanno ravvisato nei giudici una “ingiustificata aggressività”, altri ancora hanno dichiarato di “confidare nella sentenza d’appello”.

Quello che nessuno dice, ma che tutti sappiamo, è ciò che di solito succede quando un’azienda comincia ad andar male, soprattutto se si tratta di un gruppo articolato e ramificato come quello di Bertelli, che poteva tra l’altro contare su un patrimonio immobiliare di tutto rispetto, anche se appoggiato su una montagna di debiti.
In questi casi, dicevamo, l’imprenditore cerca di salvare il salvabile, mettendo in atto tutte le mosse di cui dispone per tirare avanti e provare, in qualche modo, ad uscirne in piedi. In realtà non fa altro che invischiarsi sempre di più in un vortice di nuovi buchi prodotti da operazioni complicate e spesso poco chiare.
Ma lui spera sempre di vendere qualcosa per ottenere un po’ d’ossigeno, oppure sogna di trovare un partner che rilevi tutto e lo tiri fuori dai guai. Naturalmente questo raramente succede davvero e le banche, che ai tempi d’oro avevano sostenuto il business pompando liquidità e alle prime avvisaglie della crisi avevano chiuso i cordoni della borsa, nel triste finale (che può durare, come nel caso in questione, anche qualche anno) tengono stentatamente in vita il debitore cercando di recuperare i propri crediti, ma senza incorrere nel rischio di una revocatoria.
E’ a quel punto che la gestione aziendale diventa una partita con il morto: i giocatori sono le aziende di credito e il morto (in senso finanziario) non è altro che l’imprenditore, il quale è costretto a lasciarsi tirare di qua e di là come un burattino. Chi ci rimette, spesso, sono tutti gli altri creditori, che alla fine vedono ridotto ai minimi termini il patrimonio aziendale su cui rivalersi per recuperare qualcosa.

Noi non entriamo del merito di un processo. Ed essendo garantisti rimaniamo nell’ansiosa attesa della sentenza definitiva. Vogliamo però segnalare ai nostri lettori un fatto importante: quel che è successo nel Tribunale della nostra città è l’ennesimo segnale che finalmente il clima sta cambiando.
Fino a pochi anni fa erano rarissimi i pm tanto coraggiosi da prendere per le orecchie gli appartenenti al Gotha della finanza italiana, trascinandoli in giudizio solo per essere stati -come minimo – poco attenti durante le sedute del consiglio d’amministrazione della propria banca. E pochissimi erano anche i giudici che avrebbero pronunciato condanne come questa.

Ma oggi in Italia troppi esempi testimoniano il crollo del rapporto fiduciario tra clienti e banche. Il crac Parmalat, per esempio, con i titoli spazzatura rifilati a migliaia di investitori da parte delle aziende creditrici di Calisto Tanzi. Oppure la vicenda Cirio, con strani spostamenti di capitali, usati per estinguere i debiti privilegiando qualche istituto. O ancora la brutta storia della Bipop che ha mostrato (tra l’altro proprio in casa nostra) il modo poco ortodosso di gestire i crediti da parte di un consiglio d’amministrazione un po’ fellone. Alcuni processi sono in corso, certi altri si sono già conclusi con condanne.
Ma in uno dei Paesi con i conti corrente più costosi d’Europa (e con i tassi più alti), in cui le banche sono tra i soggetti più tutelati dal diritto fallimentare, è arrivato il momento di chiedere rispetto per tutti gli altri, siano essi risparmiatori disinformati, ingenui clienti, piccoli azionisti, oppure semplicemente normali creditori di un fallimento da mille miliardi di vecchie lire.

(pubblicato il 7 dicembre 2006)

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