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Dopo l’addio di Renzo il pressing su Rosy Mauro

In molti nel partito chiedono le dimissioni della senatrice. Per il momento il senatur ha glissato, ma per Calderoli il suo passo indietro "aiuterebbe" il partito.

(red.) Renzo Bossi si è dimesso da consigliere regionale della Lombardia. L’annuncio è arrivato davanti alle telecamere per ”dare l’esempio”, dice, e per provare a calmare l’ira della base leghista.
Il ‘trota’ così fa un passo indietro e passa il cerino a Rosy Mauro che però prova a resistere fino all’ultimo. Le pressioni affinchè lasci la vicepresidenza del Senato sono pesantissime. Anche all’interno della Lega le si chiede di farsi da parte: ”Aiuterebbero il partito”, ha sintetizzato laconicamente Roberto Calderoli.
Sulla ‘nera’ Umberto Bossi ha glissato (”poi vediamo”), plaudendo però al figlio. ”Ha fatto bene”, ha detto. Ma poi l’affetto paterno fa sfuggire al Senatur, quasi a giustificarlo, che ”erano due mesi che Renzo diceva che era stufo di stare in Regione”.
L’inchiesta sui fondi della Lega Nord sta spazzando via la classe dirigente del movimento, ‘cerchisti’ in primis. Il partito sta provando a reagire, dimostrando che si sta facendo pulizia.
Martedì a Bergamo c’è la manifestazione dell’Orgoglio Padano ed il Carroccio rischia di arrivarci a pezzi. Forse per questo sono arrivate le dimissioni di Renzo, la cui immagine è stata ulteriormente offuscata dalle rivelazioni scandalistiche del suo autista.
”Sono sereno e ho fiducia nella magistratura, si è difeso il ‘trota’ in tv. “So cosa ho fatto e soprattutto cosa non ho fatto. Io non sono indagato, ma credo sia giusto e opportuno fare un passo indietro per il movimento”. Quel passo che in tanti attendono da Rosy Mauro. ”Aiuterebbero”, ha ammesso Calderoli. “Vale lo stesso ragionamento che ha fatto Renzo Bossi. E’ un gesto di responsabilità, difficile, ma che aiuta il movimento a superare una fase del genere”.
Non sono soltanto le inchieste giudiziarie a preoccupare i ‘lumbard’. Il futuro della Lega deve fare i conti con le fratture interne. Non ci sono più soltanto i ‘maroniani’ contro i ‘cerchisti’; c’è la volontà di contare di più nel partito da parte dei veneti.
Il segretario della Liga Veneta Gian Paolo Gobbo è tornato ad avanzare una candidatura di Luca Zaia alla guida del partito, ma il governatore, pur ringraziando, ha declinato l’invito. Quantomeno per ora. D’altronde il congresso è lontano e fino all’autunno cambieranno molte cose.
Ci sono anche aperti scambi di accuse anche tra esponenti di partito: lo ‘sceriffo’ Giancarlo Gentilini ha attaccato il senatore Piergiorgio Stiffoni; a Brescia si punta sulle dimissione dell’assessore regionale Monica Rizzi; mentre si rischia la chiusura di più di qualche sezione. Insomma, il partito è in subbuglio.
Calderoli, che ai tempi del governo Berlusconi era stato soprannominato ‘il mediatore’, ha provato a zittire le voci di dissidi interni al Carroccio tra Bossi e Maroni: ”La stampa”, ha affermato, “ha riportato in contrapposizione le loro parole” sulla necessità di pulizia interna al partito (l’ex ministro su facebook invoca pulizia, il senatur spiega che c’è giàchi la sta facendo). In realtà”, ha concluso, “hanno detto la stessa cosa”.
La prova del fuoco sarà la manifestazione di martedì a Bergamo. In mattinata si riunisce per la prima volta il ‘triumvirato’ Maroni-Calderoli-Dal Lago: sul tavolo non ci sono le espulsioni (le può fare soltanto la segreteria nazionale): si organizzerà il lavoro, anche quello di pulizia, per il futuro. Chissà se basterà ai Giovani Padani che domani arriveranno armati di ‘scope’. E chissà se Umberto Bossi ci sarà.

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