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Lega, 200mila euro a Bossi e famiglia

E da 200 e 300mila euro assegnati invece al Sinpa, il Sindacato Padano, della senatrice Rosi Mauro. Soldi che sarebbero satti sottratti alle casse del partito.

(red.) Oltre 200mila euro sottratti dalla casse della Lega e finiti ai figli di Umberto Bossi e tra i 200 e i 300 mila euro assegnati invece al Sinpa, il Sindacato Padano, fondato dalla senatrice Rosi Mauro.
Prendono ‘corpo’ così, negli atti dell’inchiesta che vede indagato per appropriazione indebita e truffa l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito, quei ”costi della famiglia” e quelle distrazioni di parte dei fondi del partito, utilizzati per le ”spese personali” delle persone più vicine al leader.
Intanto, c’è anche la ”gestione complessiva” dei soldi confluiti nelle casse della Lega negli ultimi 7-8 anni (tra rimborsi elettorali e altri tipi di contributi versati da militanti o da imprese sottoforma di finanziamenti) al centro delle indagini della Procura di Milano.
Obiettivo degli accertamenti è capire in che modo siano state contabilizzate le spese del partito nei rendiconti presentati annualmente alla Camera.
Al momento, infatti, per l’accusa c’è già la ”prova” della ”falsità” almeno in relazione al bilancio 2010. Mentre dall’inchiesta finora è emersa una serie di ”esborsi” usati per coprire non i costi del partito e della sua politica, ma quelli della ”famiglia” di Bossi e anche di Rosi Mauro. Tra questi, versamenti per oltre mezzo milione di euro, come si evince da alcune intercettazioni tra Belsito e Nadia Dagrada, dirigente amministrativa della sede di via Bellerio: più di 200 mila euro per i ”ragazzi” del ‘capo’ e tra 200 e 300 mila euro ‘girati’ al Sinpa.
E’ per cercare di ricostruire come Belsito abbia agito sui bilanci della Lega, presentando poi, secondo l’accusa, rendiconti ”irregolari” per nascondere la fuoriuscita ”in nero” di certe somme, che oggi i pm Pellicano e Filippini, titolari del ‘filone’ milanese assieme all’aggiunto Robledo, hanno ascoltato come teste proprio Dagrada, responsabile anche del settore gadget, uno dei settori che porta introiti nelle casse della Lega.
Martedì, invece, gli inquirenti avevano sentito a verbale Daniela Cantamessa, una delle segretarie personali di Bossi, che oggi è stata riconvocata in Procura a Milano per deporre stavolta davanti ai pm di Napoli e Reggio Calabria.
Davanti al pm della Dda reggina, Giuseppe Lombardo, e ai magistrati Robledo e Pellicano si è seduto poi a metà pomeriggio Paolo Scala, uomo d’affari e personaggio centrale delle tre inchieste, perchè indagato per riciclaggio a Napoli e in Calabria e per appropriazione indebita a Milano. Era lui, come ricostruito negli atti, ”il promotore finanziario di fiducia del gruppo Bonet (gestito da Stefano Bonet, altro presunto faccendiere indagato, ndr)” che operò ”sui mercati esteri” per conto di Belsito, gestendo ”articolate operazioni finanziarie” in ”territorio cipriota”.
E poi ”in concorso con Bonet” avrebbe anche effettuato i trasferimenti in Tanzania. Un’appropriazione indebita per gli inquirenti milanesi da circa 6 milioni di euro, ma anche un’operazione di riciclaggio per gli investigatori reggini, i quali, da quanto si è saputo, vogliono anche capire se i conti e i fondi esteri sui quali Belsito e i due uomini d’affari facevano movimentazioni potessero contenere assieme soldi del patrimonio del Carroccio e denaro sporco di personaggi legati alla ‘ndrangheta.
Da quanto si è appreso, Scala davanti al pm di Reggio si è difeso, anche se, come ha spiegato uno dei suoi legali, ”il verbale è stato secretato e la sua posizione è molto delicata”. Con i pm milanesi, invece, l’interrogatorio in pratica non c’è stato e quindi è certo che sarà convocato ancora.
Tutti gli approfondimenti dei magistrati milanesi,
però, ruotano attorno al ruolo di Belsito e ai suoi metodi per ‘truccare’, secondo l’accusa, i rendiconti nel quadro di una gestione ”opaca” dei fondi del Carroccio sin ”dal 2004”. Pare che sul punto il contributo fornito alle indagini dalla segretaria di Bossi non abbia soddisfatto molto gli inquirenti. Mentre Dagrada, che in alcune telefonate intercettate dava l’idea di essere al corrente di ‘poste a bilancio’ sospette, avrebbe in sostanza spiegato di essersi limitata a registrare note spese e ricevute seguendo le direttive di Belsito. ”Resterò fedele ai miei fino alla fine”, ha detto ai cronisti lasciando il Palazzo di Giustizia.
Da quanto filtra da ambienti investigativi, gli inquirenti si stanno concentrando al momento non tanto su quanto è stato distratto dai fondi della Lega come ”spese personali”, si passerebbe dalla ristrutturazione della casa a Gemonio fino a versamenti per la moglie di Bossi e al pagamento di una macchina per Renzo ‘Il Trota’ (eletto consigliere regionale nella circoscrizione di Brescia), ma sul ”meccanismo complessivo di gestione” del denaro, in parte pubblico (circa l’80%) in parte versato da militanti e privati o ottenuto dalla vendita di gadget (circa il 20%).
Una ‘mano’ alle indagini potrebbero darla i documenti, definiti ”utili” dagli investigatori, sequestrati oggi nella cassetta di sicurezza di Belsito a Roma. A rivelare agli inquirenti l’esistenza di quella cassaforte, in un ufficio della Camera dei Deputati, sarebbe stata Tiziana Vivian che è stata stretta collaboratrice di Belsito, sentita a Milano dal pm napoletano Francesco Curcio.

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