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FdI:”Lo stato svende la Banca d’Italia”

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(red.) In occasione della visita a Brescia del Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, per la presentazione del rapporto sulla stabilità finanziaria presso l’Università degli Studi, il Movimento Giovanile di Fratelli d’Italia ha manifestato, fuori dalla Facoltà d’Economia, contro le modifiche sulla governance di Bankitalia che il 23 novembre il Governo, su proposta del Ministro Fabrizio Saccomani, per Decreto e senza un minimo di dibattito politico, ha deciso.
I punti salienti e di portata storica dei cambiamenti approvati dal Consiglio dei Ministri sono: rivalutazione del capitale della Banca Centrale fino a 7,5 miliardi di euro; tetto massimo di quote detenibili da ciascun partecipante al 5% del capitale; ampliamento dei soggetti autorizzati a detenere quote, che possono essere non solo banche, ma anche fondazioni, assicurazioni, enti e istituti di previdenza, inclusi fondi pensione europei; tetto massimo dei dividendi distribuibili agli azionisti pari al 6% del capitale; autorizzazione, per le banche partecipanti, ad includere nei loro bilanci la rivalutazione delle quote di capitale della Banca d’Italia.
Prevedendo il limite massimo del 5% di capitale detenibile da ciascun partecipante, si trasforma de facto la Banca d’Italia in una public company, ovvero in una società ad azionariato diffuso. Per Fratelli d’Italia, la giustificazione secondo la quale un azionariato privato e diffuso è condizione necessaria a garantire l’indipendenza della Banca Centrale non è convincente: è possibile avere indipendenza dalla Politica anche con capitale di proprietà pubblica (si pensi alle diverse Authority di vigilanza settoriale).
La volontà di rendere l’azionariato diffuso e soprattutto di permettere la libera circolazione delle quote sul mercato, può risultare addirittura pericolosa poiché il limite massimo del 5% del capitale detenibile da ciascun partecipante non impedisce che si creino alleanze tra azionisti capaci di controllare la maggioranza dell’Istituto, azionisti che sono gli stessi soggetti che la Banca centrale è chiamata a vigilare.
«Il fatto che si autorizzi soggetti europei a detenere quote di capitale», dichiara  Sara Polonioli, responsabile del Movimento Giovanile, «apre alla possibilità che la proprietà della Banca d’Italia possa diventare straniera: sarebbe il primo caso al mondo di una banca centrale detenuta da una maggioranza di diversa nazionalità e beneficeranno dei redditi conseguiti dalla Banca d’Italia nella attività di compravendita titoli e gestione riserve. Inoltre con una maggioranza estera della Banca d’Italia avremmo le mani e i piedi legati, non conteremmo più nulla in sede Bce e in sede di istituzioni bancarie, come l’Unione bancaria europea, sorvegliata dalla Bce e la nostra politica del credito sarebbe gestita dall’estero».
Con questi cambiamenti non si riuscirebbe neppure a vietare in maniera chiara ed assoluta che soggetti extra-europei possano entrare indirettamente nel capitale di Bankitalia attraverso partecipazioni in istituti bancari europei. Nel complesso la decisione assunta, per Fratelli d’Italia, appare poco comprensibile: in un paese come l’Italia dove ci si ostina a mantenere di proprietà pubblica migliaia di aziende in costante perdita (si pensi solo alle proteste che nascono ogniqualvolta sorge l’ipotesi di privatizzare una qualunque municipalizzata), si decide per decreto, senza il ben che minimo dibattito politico, di provvedere alla riorganizzazione in public company dell’istituzione economica più importante e prestigiosa del Paese.
«Il reale motivo di questa operazione è di natura puramente fiscale e contabile»,  prosegue Polonioli, «uno scambio tra uno Stato alla ricerca di denaro e banche alla ricerca di credibilità.Rivalutando il capitale di Bankitalia a 7,5 miliardi, da un lato si permette allo Stato di tassare la plusvalenza che le singole banche ottengono sulle rispettive quote di capitale, incassando immediatamente un miliardo e mezzo di euro; dall’altro la rivalutazione rafforza la patrimonializzazione delle banche italiane in vista dell’asset quality review che la BCE effettuerà su di esse nel 2014. Le banche si vedono rivalutare le proprie quote, rafforzano così dal punto di vista contabile il loro patrimonio, risultando più solide sotto i riflettori europei, in cambio esse pagano subito allo Stato 1,5 miliardi di euro; denaro che poi le stesse banche recupereranno in soli 3-4 anni grazie alla distribuzione dei dividendi della Banca d’Italia».
Per un miliardo di euro lo Stato svende l’Istituto di Via Nazionale e i suoi corposi dividendi alle banche, senza nemmeno preventivamente fare chiarezza su cosa sia di proprietà della Banca centrale italiana e cosa in semplice gestione alla stessa.

 

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