Pagamenti tra imprese, Brescia è quinta in Italia per puntualità
La provincia si distingue nel secondo trimestre 2026 per le buone abitudini dei committenti. Ma a livello nazionale resta il nodo dei 64,2 miliardi di debito commerciale della Pubblica amministrazione.
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Brescia. Brescia si piazza ai vertici della classifica italiana per puntualità nei pagamenti tra imprese private.
Nel secondo trimestre del 2026 la provincia occupa infatti il quinto posto nazionale, alle spalle di Sondrio, Bergamo, Belluno e Lecco. Un risultato che colloca il territorio bresciano tra quelli dove le aziende rispettano maggiormente le scadenze concordate con i propri fornitori.
Il dato emerge dall’analisi della Cgia di Mestre sulla base delle rilevazioni Cribis sulle abitudini di pagamento delle imprese italiane.
A livello nazionale, tuttavia, il quadro è decisamente meno positivo: appena il 42% delle transazioni commerciali tra aziende private viene saldato entro la scadenza prevista dal contratto, due punti in meno rispetto allo stesso periodo del 2025.
Brescia si inserisce in un contesto regionale particolarmente virtuoso: la Lombardia è infatti al primo posto tra le regioni italiane, con il 51,6% dei pagamenti effettuati puntualmente. Seguono Emilia-Romagna con il 51,2%, Veneto con il 51%, Marche con il 49,7% e Trentino-Alto Adige con il 44,3%.
La situazione cambia sensibilmente scendendo verso il fondo della classifica: Toscana, Sicilia e Calabria registrano rispettivamente il 29,2%, il 27,2% e il 26,7% di pagamenti puntuali.
Anche la dimensione delle aziende incide sulle abitudini di pagamento. A rispettare maggiormente le scadenze sono le microimprese, puntuali nel 42,7% dei casi, seguite dalle piccole aziende con il 41,8%. La percentuale scende al 35,7% per le medie imprese e crolla al 21% tra le grandi aziende.
È proprio su questo fronte che la Cgia segnala una delle principali criticità per il sistema produttivo. Le grandi imprese, grazie a un maggiore potere contrattuale, possono imporre ai fornitori tempi di pagamento più lunghi, trasformando di fatto il rinvio degli incassi in una forma di finanziamento a costo zero. Per le piccole attività questo significa spesso dover ricorrere a credito bancario, anticipi o factoring per sostenere i costi nel periodo che separa l’emissione della fattura dal pagamento.
Il fenomeno assume dimensioni rilevanti considerando che il valore delle fatture elettroniche relative agli scambi tra imprese private raggiunge circa 3 mila miliardi di euro all’anno.
Tra i comparti con le peggiori abitudini di pagamento figurano costruzioni, grande distribuzione, bar e ristoranti e servizi alla persona. La Cgia chiede quindi maggiore trasparenza sui tempi medi di pagamento delle grandi aziende e l’introduzione di meccanismi fiscali premiali per chi rispetta regolarmente le scadenze.
Sul fronte della Pubblica amministrazione emerge invece un apparente paradosso. Negli ultimi anni la Pa ha ridotto i tempi medi necessari per saldare le fatture: nel 2025 il pagamento è avvenuto mediamente 27,2 giorni dopo il ricevimento della fattura, contro i 29,9 giorni del 2024.
Il miglioramento, però, non ha impedito al debito commerciale di continuare a crescere. Secondo gli ultimi dati Eurostat, nel 2025 lo stock dei debiti commerciali correnti della Pubblica amministrazione italiana ha raggiunto 64,2 miliardi di euro, pari al 2,8% del Pil. Un livello che colloca l’Italia al primo posto tra i 27 Paesi dell’Unione europea per incidenza del debito commerciale della Pa.
La spiegazione sta nella differenza tra la velocità dei pagamenti e la capacità di saldare tutte le fatture. Nel 2025 l’Amministrazione statale ha ricevuto 3,6 milioni di fatture e ne ha pagate circa 3 milioni, pari all’82%. Ma, sul piano degli importi, a fronte di 27,8 miliardi di euro dovuti ai fornitori ne sono stati saldati 21,1.
Il risultato è stato un ulteriore aumento del debito commerciale di 6,7 miliardi di euro in un solo anno. In sostanza, la Pubblica amministrazione paga oggi più rapidamente le fatture correnti, ma non riesce ancora a smaltire completamente quelle rimaste inevase. E così lo stock complessivo continua ad accumularsi.








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