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Dal gip Nicoli muto, Rotondaro: ‘Consulenza’

Nessun commento del vice presidente del consiglio regionale: "Vorrei leggere gli atti che mi accusano", l'unica spiegazione. Il dirigente dell'Arpa, invece, si è difeso.

(red.) Non ha detto una parola Franco Nicoli Cristiani davanti al gip di Brescia, Cesare Bonamartini, durante l’interrogatorio di garanzia. Nessun commento sulla vicenda che lo ha coinvolto: “Vorrei leggere gli atti che mi accusano”, l’unica spiegazione.
Il vice presidente del Consiglio regionale ha però dichiarato di volersi dimettere dalle cariche che ricopre. Durante la mezz’ora dell’interrogatorio il suo avvocato, Piergiorgio Vittorni, ha chiesto i domiciliari. Questo perchè, ha spiegato il legale,  rinunciando a qualsiasi carica e funzione politica, verrebbe meno l’unica esigenza di custodia cautelare ala base del suo arresto: il pericolo di reiterazione del reato. Il legale ha chiesto gli arresti domiciliari e il gip Cesare Bonamartini si è riservato sulla decisione: ha un termine di cinque giorni per decidere se accogliere l’istanza, ma i pm Carla Canaia e Silvia Bonardi si sono opposti.
Ha invece cercato sin da subito di chiarire la sua posizione, Giuseppe Rotondaro, il responsabile degli staff dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) lombarda.
Rotondaro è anch’egli accusato di corruzione aggravata perchè ritenuto dai pm bresciani il tramite tra Pierluca Locatelli, imprenditore bergamasco nel settore dello smaltimento dei rifiuti, e Nicoli Cristiani per quella presunta tangente da 100mila euro per sbloccare l’autorizzazione per smaltire amianto nella discarica di Cappella Cantone, nel Cremonese.
Rotondaro, qualche giorno dopo, avrebbe ricevuto 10mila euro “per il disturbo”. Il funzionario dell’Arpa, assistito dall’avvocato Giuseppe Lucibello, ha sostenuto che quella somma ricevuta da Locatelli era il pagamento di una consulenza che aveva in atto con il gruppo dell’imprenditore e non aveva alcuna relazione con il suo ruolo nell’agenzia per l’ambiente.
Il funzionario ha anche dato la sua interpretazione della vicenda dei 100mila euro che i carabinieri hanno trovato nell’abitazione di Nicoli Cristiani all’atto dell’arresto. Gli stessi, ritengono, della tangente.
Pierluca Locatelli e la moglie, Orietta Rocca, quando gli consegnarono quel pacco, il 26 settembre dell’anno scorso, l’avrebbero definito genericamente ”un regalo” da consegnare all’uomo politico. Quindi, quando portò il pacco al ristorante Berti, non distante dal palazzo della regione Lombardia, dove si trovava Nicoli, non aveva la consapevolezza che si trattasse di denaro.
I pm di Brescia e i carabinieri che hanno svolto le indagini la pensano in modo diverso: le attivià tecniche hanno consentito di sapere come Nicoli era cliente abituale del ristorante Berti e sulla scorta dell’analisi delle celle telefoniche gli investigatori hanno stabilito che l’uomo politico quel giorno era al ristorante Berti.
”In via logica”, scrive il gip, “l’individuazione del Nicoli Cristiani quale destinatario della somma di 100.000 euro viene, poi, confortata dal riferimento fatto dal Rotondaro alla consegna della busta nella macchina dell’autista, circostanza compatibile solo con l’incontro con una personalità politica di rilievo, quale l’attuale vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia.
”D’altro canto”, conclude il giudice, “lo stesso importo della somma consegnata, assai elevato, deve ritenersi indicativo della destinazione della stessa a soggetto di rilevante spessore in seno all’amministrazione regionale lombarda”.
Il dirigente dell’Arpa è stato sentito per circa 45 minuti poco prima di Nicoli ed è difeso dall’avvocato Giuseppe Lucibello.

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