(red.) La riqualificazione energetica del municipio bresciano di Malonno per 420 mila euro, la messa in sicurezza delle strade per altri 242 mila e la ristrutturazione della biblioteca per 450 mila euro. Sono queste le tre opere pubbliche bandite dal Comune attraverso la Centrale Unica di Committenza e che hanno fatto porre alla luce il sistema di appalti agli “amici degli amici” con cui undici sono finiti agli arresti. Tra loro, anche l’ex sindaco Stefano Gelmi che già nel novembre del 2017 si era dimesso dopo essere coinvolto nell’indagine e iscritto nel registro degli indagati. L’ex primo cittadino è stato letteralmente prelevato sotto casa all’alba di lunedì 26 febbraio e condotto prima nella caserma dei carabinieri di Edolo, come fatto con gli altri dieci, poi in carcere a Canton Mombello a Brescia. Infatti, anche se non più sindaco, da geometra avrebbe potuto continuare a svolgere la presunta attività illecita reiterando il reato.

L’accusa nei suoi confronti e a vario titolo per tutti gli altri è di corruzione e turbativa d’asta. Gelmi, tra l’altro, era stato rieletto per il secondo mandato dopo essere andato in corsa da solo nel 2017, ma prima che finisse nei guai, tanto che il Comune da dicembre è commissariato. Gli altri arrestati, come ne dà notizia la stampa locale, sono gli imprenditori Remo Fona, Rocco Mastaglia e Andrea Cattaneo, tutti ai domiciliari, poi i dipendenti della Centrale di Committenza Morena Piloni e Gianpaolo Albertoni anche loro ai domiciliari e a capo delle procedure di appalto, insieme a Giuseppina Lanzetti, Silvano Andreoli, Alberto Avanzini, Bruno Cioccarelli e Alessandro Gelmi sottoposti all’obbligo di firma. Le tre opere pubbliche menzionate all’inizio di questo articolo erano finite nel mirino del sostituto procuratore di Brescia Ambrogio Cassiani, scoprendo una vera e propria cordata di imprenditori in modo da assegnare i lavori a un’azienda già decisa.

Questo lo scrive il giudice delle indagini preliminari di Brescia Cesare Bonamartini che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare. In pratica, gli imprenditori “amici” sarebbero stati avvisati per tempo del lancio di nuove gare per saturare le proposte di offerte e quindi impedire di fatto ad altri di partecipare. E questo si viene a scoprire anche nelle intercettazioni telefoniche e ambientali, a partire dall’ex sindaco Gelmi. Come si è arrivati al passo finale? Un imprenditore non avrebbe accettato la proposta dell’ex primo cittadino e ha presentato un’offerta vera, che poi sarebbe stata modificata dai due dipendenti: l’una in cambio, pare, dei lavori affidati al fidanzato e l’altro ancora da verificare. Dall’inchiesta è anche emerso che l’ex sindaco avrebbe voluto ingaggiare qualcuno per aggredire l’imprenditore che si era smarcato da quel sistema di connivenza e anche l’uso di una lampada particolare, sequestrata, che permetteva di leggere il contenuto interno di una busta senza aprirla.

Nel frattempo, il paese di Malonno è rimasto sbigottito per quanto successo. E’ il tema all’ordine del giorno nei bar, locali e negozi, ma tanti preferiscono non commentare anche in attesa degli sviluppi. In ogni caso, dall’Unione dei Comuni delle Alpi Orobie Bresciane di cui fa parte proprio Malonno si dicono estranei alla vicenda e che quanto accaduto non avrà ripercussioni sull’attività. Ma Malonno non è l’unico paese coinvolto in un’indagine di questo tipo. In Valcamonica, c’è anche Ceto che ha ricevuto diverse perquisizioni a distanza di poco tempo e per lo stesso motivo, cioé i presunti appalti dati agli “amici”. Tanto che al momento sarebbero indagati il sindaco Marina Lanzetti, il responsabile dell’ufficio tecnico e otto titolari di imprese e per quattro appalti che risultano sospetti.

Comments

comments

1 COMMENTO

  1. Ci si sofferma a commentare casi singoli, ma questa è tutta l’Italia nella quale la politica è sempre più strettamente connessa all’affarismo privato attraverso la corruzione. Che altro non significa se non importi incrmentativi degli appalti pubblici. Il costo finale delle opere pubbliche, cioè quanto alla fine esce dalle nostre tasche di cittadini, è mediamente dal 20% al 40% superiore al costo effettivo dell’opera stessa. E pochi ricordano che l’espolosione di questo meccanismo perverso e la crescente illegalità sono responsabili anche della dinamica incontrollata del debito pubblico, la principale palla la piede nella gestione dello Stato stesso.