di Diego Serino
Vitalino Morandini, per gli amici “Angel” è un uomo piccolino, un ometto da due tacche direbbero in molti, non certo uno che incute timore. E’ quello che devono avere pensato i carabinieri quando gli hanno messo le manette, con quell’aria spaurita non sembrava un mostro. Ed, invece, Vitalino nell’arco di pochi mesi, tra il 1955 ed il 1956, si è sporcato le mani di tali crimini da divenire protagonista degli incubi dei più piccoli negli anni successivi. Classe 1916, nato ad Adrara in provincia di Bergamo, Morandini ha un sacco di problemi: è un ladro ma, ama anche incendiare le case; è un assassino con degli istinti sessuali da necrofilo che sfogherà su una delle sue vittime. Prima di svelare la sua vera essenza, tuttavia, Vitalino in paese passa per una persona mite, dal forte senso religioso, pronto a redarguire chiunque bestemmia o utilizza un linguaggio scurrile.

E’ proprio questa sua vena religiosa a fargli meritare il soprannome di “Angel”. Anche da bambino era un ottimo scolaro, aveva frequentato fino alla quarta, andava bene, ma quelli sono anni in cui, se i tuoi non se lo possono permettere, la scuola non la finisci. Il futuro di Morandini è, così, nei campi a piegare la schiena con i genitori. A quindici anni Vitalino è stanco di lavorare la terra, cerca una vita diversa. Così cominciano i guai. Nel 1935 finisce un mese in carcere per furto e si becca cinquecento lire di multa. E’ l’inizio della nuova vita di Vitalino che nei tre anni successivi passa più tempo in carcere che fuori. La guerra, con il servizio militare svolto in Jugoslavia, e il periodo passato da sbandato dopo la Liberazione, non cambiano il giovane, che torna alla sua pratica più abituale: il furto. Proprio una denuncia per furto di bestiame e denaro fatta dal cugino Giovanni nei suoi confronti, è la causa scatenante della sua follia.

“Angel” finisce in carcere, è già noto come ladro e sfruttatore di prostitute. Sei anni dopo è fuori. Il carcere a Castiadas in Sardegna lo ha cambiato profondamente, in paese lo hanno notato, non è più il compagnone di un tempo, è astioso, si vede che cova rabbia e voglia di vendetta. Ed è proprio così. Carico di odio verso il cugino decide di risolverla alla sua maniera. Il 9 novembre del 1955 ammazza il cugino con un colpo di scure in testa, poi lega il cadavere con il polso ad un torello per simulare una disgrazia. Gli va bene. Non solo. A quanto pare uccidere gli è piaciuto e rubare è il suo mestiere. Inizia così la carriera del mostro di Pontoglio che per mesi seminerà il terrore tra le province di Brescia e Bergamo, uccidendo e depredando le cascine isolate. Tutte le volte deruba, uccide, incendia. Prova piacere tanto che, in un caso, violenta anche una delle vittime da morta. In otto perderanno la vita a causa della sua folle cattiveria.

Maria Voltulini, sua sorella Angela ed il figlio di quest’ultima, il piccolo Fausto di soli cinque anni, trovati morti carbonizzati nella cascina Sprovo, di loro proprietà, sono le successive tre vittime. Vengono uccise solo undici giorni dopo l’omicidio del cugino. E’ il 20 novembre 1955. La loro morte ancora una volta è archiviata come accidentale. In quegli anni l’autopsia non è sempre consuetudine. Le due donne ed il bambino in realtà sono stati massacrati a bastonate da Vitalino. Il mostro è sempre più famelico. Di soldi. Di morte. Esce di notte e va a caccia. E’ sfrontato.
Il primo passo falso lo compie il 28 dicembre del 1955, a Grone, nella bergamasca, uccidendo Battista e Carolina Oberti, coppia benestante che viene trovata in casa con il cranio fracassato da un piccone. Questa volta non può essere una disgrazia. E’ omicidio. La polizia ne è convinta: è stato il nipote dei vicini di casa, da tempo erano noti i dissapori per questioni legate a un terreno conteso. E’ entrato dalla botola della loggia che solo in pochi potevano conoscere. Il ragazzo finisce a Canton Mombello e qui vi resterà fino alla scoperta della verità.

Ovviamente tra i “pochi” che potevano conoscere la botola c’era anche Vitalino, aveva fatto dei lavori in muratura in quella casa: era stato lui ad ammazzare i coniugi ma prima che la verità venga fuori saranno altri innocenti a pagare con la vita. E’ uno di quei gelidi inverni di una volta, nelle campagne, con la nebbia umida sin dal mattino e la brina che si attacca ai capelli. Il calendario segna il 24 gennaio del 1956. La gente di Pontoglio ha freddo ma è tutta in strada. Davanti alla tabaccheria della famiglia Breno. Tutti guardano in alto. Sul muro della finestra della camera da letto lo stampo della mano insanguinata di una ragazzina. Spettacolo raccapricciante ma dentro è anche peggio. Cesare Breno è in camera da letto. Anche la moglie Colomba Vignoni. Sono stati colpiti in testa, con corpo contundente. Così la figlia, Emila. Unico sopravvissuto il figlio Alessandro, fuori per studi. Vitalino per ammazzarli ha usato una pietra avvolta in un lenzuolo. Troppi morti in pochi mesi. Gli inquirenti si insospettiscono. Che sia un serial killer? Vengono riaperte le indagini della strage della cascina Sprovo e perquisite le abitazioni del paese. A case delle zie di Vitalino viene trovato un lenzuolo identico a quello utilizzato per coprire la pietra utilizzata a casa Breno.

I sospetti sono tutti su di lui ma nel frattempo Morandini è sparito, si è nascosto a casa di una prostituta a Brescia. Viene arrestato il 9 marzo 1956 e dopo una settimana confessa tutto, anche il delitto del cugino che era stato archiviato come morte accidentale. In anni in cui le pene erano più severe che nei nostri giorni, la pena arriva lapidaria: quattro ergastoli. E’ sospettato anche della morte di una zia, Elisabetta, caduta accidentalmente in un dirupo nel ’47 ma lui negherà sempre. Comunque sia Angel, forse per i sensi di colpa, molto più probabilmente per la mancanza di libertà e l’impossibilità di trovare nuove prede, decide di farla finita il 10 giugno del 1960, impiccandosi nella sua cella del carcere di Pisa all’età di 44 anni. 

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