L’accordo sottoscritto dai metalmeccanici dell’Ig Metall e dagli industriali tedeschi alcuni giorni fa prevede aumenti di salario significativi, superiori all’inflazione, e mette in discussione il concetto di flessibilità oraria ad uso e consumo delle imprese, introducendo il principio (presente anche in diversi nostri contratti) che i lavoratori – in base alle loro esigenze – possono decidere di ridursi l’orario di lavoro. Che un accordo del genere, pilota per il momento in un land ma destinato a essere esteso, sia avvenuto in Germania, il Paese europeo a più alto di manifattura e più avanzato economicamente, non è sicuramente un caso.

In Italia, purtroppo anche in questa campagna elettorale, la discussione a riguardo è di livello mediamente più basso: nella migliore delle ipotesi il lavoro è ridotto a quantità e a un tutto indistinto; nella peggiore è raccontato come variabile di costo (troppo alta) per l’impresa o come elemento che deve essere reso sempre più flessibile a uso dell’impresa. Tali approcci, purtroppo dominanti da tempo, negli anni non hanno creato nuovi posti di lavoro ma hanno accresciuto – questo sì – precarietà, lavoro povero, scadimento dei diritti. L’esplosione numerica dei contratti part-time – perlopiù involontari, non voluti cioè dal lavoratore o più spesso dalla lavoratrice – rappresentano l’ultima frontiera di questa flessibilità a uso e consumo dell’impresa. Molto di rado, men che meno in in questa campagna elettorale, si ascoltano invece ragionamenti su quali lavori si vogliano creare, quali salari e quali diritti essi debbano avere. Le trasformazioni produttive in corso stanno comportando effetti importanti nel modo di produrre e ancor più di lavorare. Tali trasformazioni sono inarrestabili (e ricche anche di alcune opportunità) ma non sono neutre. Possono e devono essere governate, il che significa ragionare di professionalità, tempi, orari, capacità di dare risposte adeguate all’altezza dei nuovi bisogni.

Il riportare la discussione a tali aspetti significa non condannarsi ai microchip di Amazon, al controllo a distanza, agli orari decisi da un algoritmo in una gara costante al contenimento dei costi. Come Cgil affermiamo da tempo (lo testimoniano le campagne promosse sulla Carta dei diritti universali del lavoro e le analisi contenute nel Piano per l’occupazione) la necessità di rilanciare l’idea di lavoro di qualità, che è poi l’idea di un Paese di qualità, dove la sfida non si vince attraverso una competizione al ribasso ma ricostruendo un tessuto di relazioni e di azioni sostenibili che sconfiggano la diseguaglianza sociale. Va ricucita e ricostruita un’idea solidale tra generazioni scommettendo su investimenti e buona occupazione, innovazione non solo tecnologica ma anche sociale. Un Paese dove il lavoro è di qualità è un Paese più democratico. Che futuro immaginiamo per il Paese, che tipo di lavoro vogliamo, che processi democratici costruiamo sono le questioni rimosse dal dibattito politico attuale che invece dovrebbero essere centrali.

Le forze politiche sembrano purtroppo in altre cose affaccendate. Ma il lavoro e la disuguaglianza, nella loro complessità, sono e continueranno a essere i grandi nodi ai quali bisognerà dare risposte adeguate anche dopo il 5 marzo. Risposte che nei luoghi di lavoro, mi sia concessa in questo caso la semplificazione, si traducono in salario, orario, diritti. L’accordo tedesco, pur con tutti i suoi limiti e senza farne necessariamente il faro di riferimento, di questo si occupa. Di qualità del lavoro, di innovazione tecnologica e sociale, di necessità di un profondo lavoro di ricucitura che tolga fiato a chi soffia su razzismo e nuovi fascismi, c’è grande bisogno.

Silvia Spera, segretaria generale Cgil – Camera del Lavoro di Brescia

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