L’incoronazione di Amsterdam come sede dell’Agenzia Europea dei Medicinali da parte del Consiglio dell’Unione Europea, a discapito di Milano, non ha danneggiato solo la capitale lombarda, ma anche il nostro sistema Brescia. Ragioniamoci: quanti, dei quasi 900 dipendenti EMA sicuri del proprio generoso stipendio, avrebbero potuto scegliere di visitare il Garda, la Valcamonica o i tesori longobardi chiusi nello scrigno della nostra città? L’occasione sarebbe stata inoltre particolarmente ghiotta per aumentare le possibilità, per i nostri laghi, di diversificare la tipologia dei turisti presenti: dai soliti olandesi e tedeschi in roulotte e tenda, ad un turismo di natura congressuale dedicato al settore farmaceutico. 

Ebbene, in questi giorni “scopriamo” (la notizia era, da tempo, una voce di corridoio piuttosto robusta) che i nostri concorrenti neerlandesi, risultati vincitori, non sarebbero in grado di ospitare adeguatamente l’Agenzia: partono quindi i ricorsi da parte di Comune e Regione. Comprensibile, ma facciamo un passo indietro: come abbiamo fatto a perdere contro chi, il palazzo ospite, non l’ha nemmeno costruito? Milano e la Lombardia, la loro parte, l’hanno fatta in modo egregio, ma è venuto completamente meno il sostegno da parte del governo italiano; per gestire infatti il momento topico che si interpone tra le varie votazioni (in cui quindi c’è da convincere con robuste motivazioni le altre nazioni votanti) Roma non ha inviato nessun Ministro, ma solo il tal sottosegretario Gozi. Se egli sta per noi lombardi come Carneade stava per Don Abbondio, figuriamoci per i rappresentanti europei: un conto sono le trattative con un Ministro, un conto quelle con un sottosegretario; questa frenesia per il ricorso pare essere la proverbiale chiusura della stalla dopo la fuga dei buoi.

Purtroppo non è l’unica volta che Roma ci regala questi scivoloni diplomatici: alla presentazione dell’Anno del turismo Europa – Cina, di stanza a Venezia pochi giorni or sono, nessun rappresentante del governo italiano si è degnato di presenziare con la propria figura; ciò ha provocato grande sdegno per le autorità di Pechino, le quali hanno disertato tutte le altre iniziative in programma e rifiutato di farsi ritrarre. Nel “Cina” di Henry Kissinger viene ben spiegata l’importanza della formalità e delle ambasciate per la cultura sinica: gli inviati della Corte cinese non erano semplici ambasciatori, ma “Messi del Paradiso” inviati dalla “Corte Celeste”; i tempi son sicuramente cambiati, ma quelle rimangono le loro radici ancestrali. Offenderle vuol dire essere politicamente miopi e sconsiderati: secondo Jane Sun, amministratrice delegata del gruppo Ctrip, il numero di cinesi possessori di un passaporto sarà di 240 milioni entro il 2020, raddoppiando quindi entro un paio d’anni. Abbiamo intenzione di portarne almeno qualche migliaio di questi a spendere i propri soldi in Franciacorta, Garda o Valcamonica, o riteniamo già abbastanza ricchi i lavoratori del settore turistico e del suo indotto?

 
Giovanni Roversi, Dello, Brescia

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