Nell’anno che si è appena concluso l’Ufficio Risorse Umane di Apindustria ha gestito, tra le altre, 29 richieste di operai specializzati da parte delle aziende associate. Di queste 29 domande, 23 sono però state chiuse senza successo dopo mesi di ricerca perché non si trovavano i profili disponibili. Esempi non troppo diversi potremmo farli anche per gli ingegneri meccanici o i periti meccanici elettronici.

Piccolo osservatorio bresciano, si dirà, ma non è così dal momento che studi e ricerche a livello nazionale rilevano in misura analoga una crescente difficoltà a far incontrare domanda e offerta di lavoro per un certo numero di posizioni lavorative. Gli inglesi lo chiamano mismatch evocando l’idea del disequilibrio, del confronto impari. È proprio così e penso a questo mentre l’Istat segnala miglioramenti sul fronte occupazionale osservando al contempo che la disoccupazione resta però alta. E lo penso nel giorno in cui studenti e famiglie bresciane avviano le procedure di iscrizione alle scuole superiori con un occhio anche al loro futuro lavorativo.

Non sarà semplice, se è vero che la gran parte di chi oggi inizia la scuola elementare domani farà un lavoro di cui oggi nemmeno conosciamo le caratteristiche. E questo vale anche per una provincia che ha mantenuto una solida base manifatturiera come la nostra e che, speriamo ma ne siamo anche convinti, avrà questa impronta anche domani.
Perché sì, siamo nella fabbrica digitale 4.0, un processo che è solo agli inizi e che sta cambiando profondamente il modo di fare impresa e il modo di lavorare. La scuola non è al servizio dell’impresa ma è evidente che deve fare la sua parte per formare persone in grado di muoversi con agilità anche nel mercato del lavoro futuro. Sta avvenendo questo? Forse sì, almeno in parte, ma sicuramente energie e risorse che dovrebbero essere investite sono di ben altra natura.

Pongo una domanda un po’ provocatoria, che interpella tutti: chiediamo agli studenti di oggi di essere preparati alle trasformazioni in atto, ma siamo sicuri che i formatori siano a loro volta consapevoli dei cambiamenti in corso e in grado di trasmetterli? E ancora: le piccole e medie imprese, l’ossatura del tessuto produttivo di questo Paese, sono investite dalla trasformazione digitale al pari di quelle di maggiori dimensioni, ma hanno strumenti e risorse per poter essere protagoniste di tale cambiamento radicale? Le risposte non sono semplici, anzi, sono assai complicate e implicano visione e sguardo di lungo periodo, ma iniziare a porsi domande più consone almeno evita di pensare che basti iscriversi alla scuola giusta per essere certi di trovare un lavoro domani.
Il mismatch, il disequilibrio, non riguarda solo il mondo del lavoro e qualche professione difficile da trovare, riguarda un intero Paese che ha ancora tanto da fare per evitare di essere investito da un altro shock economico nei prossimi anni o di essere condannato a una progressiva marginalizzazione.

La formazione, a scuola come al lavoro, sempre più sarà la forza profonda in grado di mantenere le aziende e i lavoratori sul mercato. Ma su questo, al di là dei buoni propositi e di qualche (rara peraltro) dichiarazione di intenti in campagna elettorale, si sta facendo ancora troppo poco.

Douglas Sivieri, Presidente Apindustria Brescia

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