(red.) Nelle ore precedenti a mercoledì 8 novembre è stato fatto un punto della situazione un po’ più chiaro dopo il rogo che in quattro giorni ha bruciato un fronte di 4 chilometri tra la sponda bresciana e quella trentina del Parco Alto Garda. Le fiamme appiccate da un piromane erano partite la sera del 27 ottobre e solo tra il 31 e l’1 novembre i mezzi e uomini da terra con quelli aerei erano riusciti a domarle. La zona colpita è quella compresa tra il Corno della Marogna, Val di Bondo e Passo Noto per quanto riguarda l’area bresciana e senza contare quella trentina.

In tutto, quindi, oltre 300 ettari di boschi andati in fumo in una località riconosciuta dall’Europa come sito di interesse comunitario. In ogni caso, sarà compito dei carabinieri di Limone del Garda usare un dispositivo gps per accertare le dimensioni del disastro ambientale e tenendo conto che si tratta di una zona soprattutto demaniale, ma con porzioni anche di proprietà comunale e forse anche pezzi privati. La direttrice del Parco Alto Garda Beatrice Zambiasi parla di una situazione che richiederà decenni per essere rimarginata.

Nel frattempo tutto il materiale raccolto sarà poi inviato al sindaco di Tremosine, centro dell’area colpita, Battista Girardi in quanto autorità competente e responsabile della Protezione civile. Di certo per dieci anni sul territorio non potrà essere costruito nulla e sarà presente il divieto di caccia. Dal punto di vista delle indagini, continua il lavoro dei carabinieri per cercare il piromane autore del vasto incendio. Sembra essere escluso che si tratti di problemi di costruzioni oppure di attriti con gli enti che gestiscono il Parco. La sensazione maggiore è che sia opera di un bracconiere che abbia agito per far uscire dall’area protetta, quindi vietata all’attività venatoria, gli animali selvatici da cacciare.

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