I tragici fatti connessi alle forti precipitazioni che hanno interessato nella giornata di ieri il nostro Paese, ed in particolare la comunità di Livorno, ci costringono ancora una volta a riflettere ex post sugli esiti delle scelte (anche, ma non solo!) urbanistiche che, a partire dal secondo dopoguerra, hanno inciso così pesantemente sul rischio fisico dei nostri territori. Scelte che, in nome del principio di sussidiarietà, con le modifiche al titolo V della Costituzione che hanno sostituito il concetto di Urbanistica con quello di Governo del Territorio, sono sempre più in capo ai Comuni.

Ma in che misura i nostri Comuni sono messi nelle condizioni di poter agire sulla pericolosità del territorio, sulla vulnerabilità del costruito e delle infrastrutture, sul livello di esposizione al rischio delle persone e dei loro beni?

E non mi riferisco solo alla questione delle risorse economiche per la messa in sicurezza dei nostri centri abitati, che pure è una questione assolutamente centrale.

Mi riferisco alle politiche urbanistiche portate avanti ai diversi livelli amministrativi.

Senza la pretesa di una trattazione esaustiva, che mi porterebbe ad abusare della vostra pazienza, vorrei in particolare soffermarmi sulle scelte legislative più recenti in materia, fatte da quella che è considerata uno dei motori economici d’Europa, la Lombardia.

Nel mio ruolo di Assessore all’Urbanistica del Comune di Brescia ho già più volte proposto una riflessione sul tema della Legge Regionale n.31/2014 (per intenderci la cosiddetta Legge regionale per la riduzione del consumo di suolo). Una legge che parte da meritevoli e apprezzabilissime dichiarazioni di intenti sulla necessità di contenere il consumo di suolo (e quindi anche gli effetti ambientali negativi che l’urbanizzazione e impermeabilizzazione dei suoli porta con sé), ma si traduce poi, nei fatti, in una legge mirata a consolidare le potenzialità di trasformazione del territorio inedificato previste da gran parte della strumentazione urbanistica comunale, ormai riconosciute come incoerenti con le esigenze di sviluppo del territorio lombardo, con le aspettative dei cittadini e con le stesse dinamiche del mercato immobiliare.

Una legge che, di fatto, ha voluto togliere ai Comuni la facoltà di pianificare il proprio territorio, se l’intento delle amministrazioni avesse voluto essere quello di ridurre le previsioni di consumo di suolo!

E contro questa legge, come noto, il Comune di Brescia ha ricorso in Consiglio di Stato, proprio per difendere fermamente le scelte urbanistiche che come amministrazione abbiamo portato avanti nel PGT approvato nel 2016.

Ma i fatti di questi giorni ci invitano a riflettere su un’altra scelta legislativa di Regione Lombardia che merita di essere posta all’attenzione dei cittadini.

Mi riferisco alla legge n 7 del 10.3.2017, che promuove il recupero ad uso residenziale, terziario o commerciale di vani e locali seminterrati.

In virtù di questa legge, i vani e locali seminterrati a carattere accessorio (quali garage, taverne, cantine, ecc.) che in passato non potevano essere utilizzati, specie a scopo abitativo, a causa delle limitazioni imposte dal Regolamento Locale di Igiene, oggi potranno essere utilizzati a fini abitativi!

È mai possibile che in un contesto territoriale, quello lombardo, in cui vi è una enorme quantità di immobili vuoti, la Regione decida di favorire l’andare a vivere negli scantinati? Quale la ratio che sta dietro questa scelta legislativa?

E cosa hanno potuto fare i Comuni di fronte a questa discutibile politica?

È stato possibile solamente disporre l’esclusione di parti del territorio dall’applicazione della legge regionale, cosa che il Comune di Brescia ha prontamente fatto, con una delibera di Consiglio Comunale discussa a luglio, peraltro non votata da Forza Italia, Lega Nord, X Brescia Civica e Piattaforma Civica!!

Ma per come è impostata la legge regionale, abbiamo potuto escludere solo quelle aree della città in cui vi sono conclamate situazioni di pericolosità idraulica.

Ma è sufficiente?

E anche se questi scantinati fossero davvero sicuri dal punto di vista del rischio idraulico, qual è la qualità della vita che potranno aver garantita i nuclei familiari che li abiteranno? Chi sarà disposto (o costretto!) a fare una scelta abitativa di questo tipo, a fronte di una disponibilità di alloggi vuoti in città che, secondo alcune stime, supera le 5000 unità?

Per poter governare bene il nostro territorio servirebbe anche una amministrazione regionale che, con scelte legislative meritevoli, mettesse al centro gli interessi di tutta la collettività, permettendo a noi amministratori locali di lavorare di concerto con la Regione, e non costringerci a fare l’impossibile per arginare i danni di politiche che non possono essere condivise, né a destra né a sinistra. 

Michela Tiboni, assessore all’Urbanistica del comune di Brescia

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