Il presidente di Apindustria Douglas Sivieri

I Pir, i piani individuali di risparmio dedicati alle Pmi, volano ma rischiano di far perdere di vista il problema del credito – problema immutato da anni – per il 90% delle imprese italiane. Nati per iniziativa del legislatore a inizio anno con l’obiettivo di creare un nuovo canale di credito per le PMI e di smobilizzare una parte dei risparmi delle famiglie, i Pir sono stati incentivati in modo notevole prevedendo per i risparmiatori l’esenzione del pagamento (26%) degli eventuali utili e dell’eventuale tassa di successione. In cambio, questo il principale paletto, il risparmiatore si impegna a non disinvestire dai Pir per almeno 5 anni.

I risultati non si sono fatti attendere: i dati resi noti nei giorni scorsi dicono che nei primi sette mesi del 2017 i Pir hanno raccolto già quasi 5 miliardi e si stima possano arrivare a 10 entro fine anno, quindi ben oltre quanto previsto inizialmente. Un grande successo, insomma, al punto che alcuni osservatori ipotizzano già un effetto bolla che alla lunga potrebbe trasformarsi in boomerang, mentre altri rilevano che i fondi che canalizzano gli investimenti nei Pir applicano commissioni troppo alte che vanificano in parte le esenzioni fiscali. Ma, al di là di tali aspetti, i Pir stanno avendo un grande successo e, almeno sulla carta, stanno aiutando le Pmi a capitalizzarsi.

Tutto bene, quindi? Non proprio, e questo per il semplice motivo che tale strumento è destinato ad aziende con fatturati da 50 a 200 milioni di euro. L’accompagnamento delle Pmi verso una crescita dimensionale è quindi rivolto ad imprese già strutturate, spesso già presenti sul mercato azionario o comunque in procinto di farlo. Per il resto delle imprese di dimensioni minori, quelle che rappresentano oltre il 90% del sistema imprenditoriale bresciano e italiano, i problemi di accesso al credito, e non solo quelli, restano immutati. Per le piccole imprese, quelle da uno o due milioni di euro di fatturato, il canale principale di finanziamento resta quello bancario, un canale che nella fase attuale (da qualche anno) ha ampi margini di miglioramento. Alternative al credito bancario per queste imprese non sono molte: si sta sviluppando anche in Italia la pratica della messa all’asta del credito (una proposta che come Apindustria e Confapi avevamo già fatto un paio di anni fa presentando uno studio sui pagamenti tardivi alle imprese) ma servirebbe una normativa di riferimento ad hoc per facilitare tale procedura.

Il tema del credito è uno di quelli principali per le piccole imprese, al pari della semplificazione burocratica e del necessario alleggerimento fiscale. Per crescere e affermarsi le nostre piccole imprese, quelle da pochi milioni di euro di fatturato e formate da pochi collaboratori, hanno insomma bisogno di politiche dedicate. I Pir, contro i quali non abbiamo ovviamente nulla, sono però pensati per imprese di ben altre dimensioni rispetto a quelle che costituiscono l’ossatura del Paese. La strada per tornare a essere competitivi e per avere un ambiente favorevole alle imprese, e quindi anche all’occupazione vera, è ancora lunga.

Douglas Sivieri, Presidente Apindustria Brescia

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