Qualche giorno fa si è alzato un altro velo sull’illegalità patologica del mondo venatorio bresciano a Toscolano. 

Lo scenario lo ha proposto una sagra del cinghiale che non solo ha fatto emergere la violazione di due principi fondanti della legge quadro sulla caccia, l’appartenenza della fauna selvatica al patrimonio indisponibile dello Stato e non a improvvisati macellai e il divieto conseguente di trattare animali selvatici abbattuti come fonte di lucro, ma ha aperto anche ipotesi inquietanti sulla conoscenza e sul rispetto delle normative da parte degli enti locali preposti alla concessione delle autorizzazioni per eventi di questo genere.

Dichiarandosi in buona fede pur essendo titolari di licenza di caccia, e quindi obbligati a conoscerne le regole, gli organizzatori hanno pensato bene di servire nei loro stand carni di selvatici che, come detto, non potevano essere commercializzate a priori, con una possibile aggravante: una parte dei capi a disposizione delle cucine era infatti proveniente da piani di contenimento della specie, e in questo caso la legge vuole che le spoglie non finiscano sui tavoli di una sagra ma vengano vendute a prezzo di mercato, e che il ricavato venga utilizzato dal Comprensorio alpino di caccia, per finanziare operazioni di ripristino ambientale a risarcimento dei danni causati dai cinghiali all’agricoltura. E’ stata questa la procedura seguita a Toscolano?

Ci chiediamo: il ristorante della sagra  aveva una contabilità separata? Oppure oltre alla violazione delle norme venatorie ce n’è stata anche una di quelle fiscali? A questo punto vorremmo che fosse resa pubblica questa contabilità costruita sulla pelle degli animali; vorremmo sapere che fine fanno questi fondi.

 A parere della Lega per l’abolizione della caccia, e anche alla luce del concetto perverso di “valorizzazione della selvaggina” introdotto dalla nuova legge regionale dedicata proprio ai cinghiali, il caso Toscolano ha finalmente smascherato la vera natura dell’approccio alle specie cosiddette invasive: non c’è alcuna volontà di controllare effettivamente le popolazioni di cinghiali, ma solo quella di usare il territorio come una dispensa dalla quale attingere in abbondanza materia prima perfetta per alimentare un mercato alimentare tendenzialmente in nero;  lasciando naturalmente ogni forma di controllo non cruenta e di effettivo risarcimento dei danni sullo sfondo.

 Ufficio stampa LAC – Lega Abolizione Caccia Brescia

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