Un’inchiesta aperta dalla procura di Brescia per verificare se sulla gestione richiedenti asilo ci sono stati abusi, una task force – è notizia di pochi giorni fa – con l’obiettivo di aumentare i controlli sull’adeguatezza delle strutture: sono notizie positive e non possiamo che esserne lieti. Lucrare sulle persone deboli, oltre che infangare chi invece lavora correttamente e in modo trasparente, è pratica deprecabile, non solo sul piano penale.

Utile però allargare lo sguardo, sapendo che il tema migrazioni è fenomeno della nostra epoca che interroga sulle pratiche, sull’apertura e la chiusura. Forze politiche, non solo la Lega Nord come possiamo osservare in questi giorni, cercano di ottenere dividendi politici; altri hanno trasformato il tema dell’accoglienza in affare privato. Trentacinque euro al giorno il costo di un richiedente asilo. Un imprenditore locale, il signor Riva, che in provincia di Brescia ha in gestione 400 richiedenti asilo in diverse strutture, ha detto che il suo guadagno è 5 euro al giorno per ogni richiedente asilo. Presa in mano la calcolatrice fanno 720 mila euro in un anno di guadagno privato. Come Puerto Escondido, cooperativa che ha in gestione 38 immigrati, dobbiamo accontentarci di un guadagno di 2 euro al giorno.

Forse siamo meno bravi nel business, oppure più modestamente non siamo interessati a far soldi e offriamo servizi di altro genere. È diverso se c’è un insegnante di italiano per 10 persone o per trenta, così come è diverso se si decide (come facciamo noi) di investire o meno parte di quei 35 euro per corsi professionalizzanti, non obbligatori in base ai bandi ma senz’altro utili per le possibilità di integrazione del richiedente asilo. È diverso decidere (come abbiamo fatto a Puerto Escondido) di investire o meno parte di quei soldi prendendo in affitto un terreno di tre ettari (incolto da diversi anni) per dare prospettive di lavoro a rifugiati e giovani italiani. La domanda vera però, in questo caso, è un’altra: perché quei due o cinque euro al giorno, o anche molti di più temiano, devono andare a Puerto Escondido o al signor Riva?

Forse, più che ridurre l’importo, potrebbe essere una buona pratica immaginare – nell’ottica dei progetti Sprar e del coinvolgimento dei Comuni di cui più volte abbiamo parlato – che quegli utili andassero davvero ai Comuni che ospitano e sono protagonisti dell’accoglienza. Accoglienza, ricordiamo, che risponde ai principi basilari di umanità, alla nostra Costituzione e ai trattati internazionali sul tema che abbiamo liberamente sottoscritto. Tali considerazioni riguardano però i richiedenti che alla fine del percorso di 18 o 24 mesi in una struttura di accoglienza vedono riconosciuto il loro status di rifugiato.

E gli altri, circa il 60% del totale, quelli che invece entrano nel circuito della clandestinità? Li abbiamo formati, abbiamo insegnato loro la lingua e magari anche un mestiere, abbiamo speso 35 euro al giorno per 18 mesi e più e poi decidiamo che sono clandestini e non hanno requisiti per restare in Italia. È un comportamento irrazionale questo, soprattutto tenendo conto che ogni sei mesi o anche meno – in occasione della diffusione di qualche report demografico prodotto dall’Istat – lamentiamo il calo delle nascite, l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione della stessa in termini numerici.

Siamo fatti così, evidentemente: regaliamo soldi ai privati trasformando l’accoglienza in business per alcuni, costituiamo task force di controllo a posteriori, ci inventiamo l’ennesimo centro di detenzione per clandestini, formiamo gli immigrati ma non diamo loro il permesso di soggiorno, versiamo lacrime sul fatto che mancano giovani e stiamo diventando vecchi. Facciamo tutto questo, ma non è detto che sia la cosa migliore. Altre strade sono possibili, nel rispetto delle regole, dell’accoglienza e della logica.

Damiano Galletti, Camera del Lavoro di Brescia

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