Chi ha deciso di dare rappresentanza ai ceti popolari in Italia? Chi rappresenterà quel pezzo di Paese descritto dall’ultimo rapporto Istat, quel pezzo che ha redditi fermi da anni, che vive sulla propria pelle le disuguaglianze crescenti, che è povero o a rischio esclusione (un terzo della popolazione), che in sette casi su dieci, se ha meno di 35 anni, è costretto a vivere in casa?

In Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti operai, poveri e disoccupati hanno votato soprattutto per Marine Le Pen, la Brexit e Trump. In Italia tutto lascia pensare che da tempo stia accadendo qualcosa di analogo e si stia consumando un divorzio tra ceti popolari e partiti della sinistra, nella sua accezione più estesa. Il rapporto Istat descrive un Paese in declino lento ma costante nel quale, inevitabilmente, crescono rancori, disagio, pulsioni autoritarie.

Come sindacato ribadiamo da tempo la necessità di rimettere al centro lavoro, salari, uguaglianza, diritti, salute, istruzione per invertire la china. Dentro e fuori i luoghi di lavoro avvertiamo la difficoltà nel tenere uniti lavoratori e lavoratrici sempre più disgregati, incapaci talvolta di riconoscersi in una sorte comune. La campagna sulla Carta dei diritti universali del lavoro è il tentativo di riunificare il lavoro, subordinato e autonomo, alla luce delle trasformazioni avvenute.

Il Piano per il Lavoro che abbiamo presentato già anni fa è il tentativo di indicare un possibile percorso per uscire dalla crisi fatto di innovazione, sostenibilità, tutela del territorio e del patrimonio culturale. Tanto tempo purtroppo è stato perso anche in questi ultimi anni, le risorse a disposizione sono state utilizzate per iniziative come la decontribuzione fiscale per le assunzioni, un regalo alle imprese in modo indistinto che non ha creato nuovo lavoro, come peraltro dimostrano gli ultimi dati diffusi dall’Inps proprio in queste ore. E, sempre a proposito di politica fiscale e tralasciando il grande buco dell’evasione, questa rischia di alimentare ulteriori fratture in futuro più che di avere uno sguardo redistributivo: le risorse messe nel grande capitolo del welfare aziendale sono infatti destinate ad aumentare ancor più differenze tra chi ha diritto a una visita sanitaria e chi no.

Il governatore della Banca centrale Europea Mario Draghi dice che oramai siamo fuori dalla crisi. Ne siamo lieti, ma osserviamo che l’Italia è ancora fanalino di coda e che disagio e povertà sono diffusi. Il tema del creare lavoro, di quale lavoro, se debba essere dequalificato e con diritti decrescenti o di qualità e con diritti e tutele adeguati, è tema centrale. Che riguarda innanzitutto la questione salariale ma anche la dignità, l’identità e in ultima istanza la libertà sostanziale di uomini e donne.

Di non secondaria importanza è anche il grande capitolo del welfare: come esso debba cambiare, che platea di persone debba riguardare, in quale direzione ci si debba muovere. Il reddito di cittadinanza è tema di riflessione che ha la sua dignità, non può essere abbandonato e lasciato in dote ad altri, soprattutto non può essere relegato alla bagarre politica del quotidiano. Lavoro, welfare, diritti. Sembra un’agenda vecchia ma è al contrario di estrema attualità, anche per la tenuta democratica del Paese e i rischi di deriva che al contrario vi sono. Una questione che riguarda tutti, il sindacato e la politica.

Damiano Galletti segretario generale Camera del Lavoro Cgil Brescia

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