di Giovanni Merla

La strage di Centocelle, dove tre sorelline sono state bruciate vive mentre dormivano nel loro camper mi ha riempito il cuore di dolore. Quando ho appreso che non è stato un incidente ma un triplice omicidio, i mei pensieri si sono bloccati per un po’.

Solo adesso, dopo molte riflessioni, mi decido a scrivere. Sono disgustato da certi commenti inaccettabili letti sui social, e sono schifato da certe frasi indecorose che ho ascoltato davanti a un caffè in un bar, pronunciate al mattino presto da omuncoli che fanno colazione con un calice di vino.

Frasi razziste, vergognose e fuori da ogni logica. Ve ne elenco un paio: “Ben gli sta a questi zingari schifosi. Tanto sono solo zecche inutili”. E ancora: “Meglio così. Tre in meno che ci rubano in casa. Le hanno bruciate gli zingari come loro. Gli italiani certe cose non le fanno”.

Voglio scrivere per replicare a questi idioti e a tutti quelli che la pensano in questo modo, anche se le mie parole serviranno a poco, perché l’ignoranza e la chiusura mentale purtroppo non si scardinano con un articolo di giornale. Serve ben altro.

Occorre una scuola che funzioni, dei genitori in grado di trasmettere valori autentici ai propri figli e una società evoluta, con un forte senso civico. Insomma servirebbe un sistema educativo permanente, progettato dalla politica con investimenti costanti a medio-lungo termine.

Ma torniamo alle frasi che ho letto e ascoltato personalmente. Parole pronunciate dal classico italiano medio. “Gli italiani certe cose non le fanno”. È la più grossa bugia del millennio.

Nel 1938 Benito Mussolini, dopo aver firmato le leggi razziali, ha mandato consapevolmente e arbitrariamente a morire nei campi di sterminio nazisti migliaia di italiani. Con un solo colpo di penna ha fatto bruciare nei forni crematori altrettanti bambini innocenti.

E queste persone, che vigliaccamente hanno sputato su tre sorelline assassinate, molto probabilmente venderebbero l’anima al diavolo pur di riavere il Duce in Italia. Nel 1993, su ordine di Giovanni Brusca, boss di Cosa Nostra e fedelissimo di Totò Riina, alcuni mafiosi rapirono il piccolo Giuseppe Di Matteo, un bimbo di appena 13 anni.

La sua colpa? Essere figlio di Santino, uomo d’onore pentito e divenuto collaboratore di giustizia. Il bambino fu tenuto in vita per tre anni come ostaggio, nel tentativo di far cambiare idea al padre. Gli ultimi 180 giorni di vita li passò dentro un sotterraneo in un casolare sperduto, legato alla catena come un cane, dimagrito e allo stremo delle forze. Lo strangolarono e lo sciolsero nell’acido.

“Gli italiani certe cose non le fanno”. Secondo una ricerca condotta da Telefono Azzurro nel 2016 i casi di pedofilia e abusi sessuali su minori nel nostro Paese sono aumentati del 3,4% rispetto al 2015. Incalcolabili invece i soggetti che detengono, utilizzano o acquistano materiale pedopornografico. Non quantificabili neppure i turisti sessuali di casa nostra che incessantemente volano in Thailandia, Sud America o Est Europa per commettere crimini orrendi nei confronti di piccoli angeli.

Potrei continuare ancora. Mi fermo perché credo possa bastare. Riposate in pace Elisabeth, Francesca e Angelica. E perdonate chi vi offende, perché proprio come chi vi ha ucciso, non merita di essere considerato umano.

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