Foto da Bresciaoggi

(red.) Vanno avanti le indagini da parte dei carabinieri di Salò dopo il delitto di venerdì 3 giugno a Carpeneda di Vobarno, nel bresciano. L’operaio albanese di 37 anni Dritan Mali è stato accoltellato al petto mentre si trovava in casa, in via Prada, con la moglie Jerina Kumaraku e il fratello di lei, Laert. Proprio quest’ultimo attualmente si trova detenuto nel carcere di Canton Mombello, a Brescia, dove lunedì 6 giugno sarà interrogato per la convalida del fermo. L’uomo, infatti, è ritenuto l’unico indiziato e secondo gli inquirenti sarebbe stato proprio lui a conficcare l’arma da taglio sul cognato nello sfociare della lite. Laert era stato sentito a lungo dalle forze dell’ordine prima di essere arrestato sabato mattina. Ma lo stesso indagato, pur confermando di aver avuto un litigio con la vittima, ha detto di non essere stato lui a ucciderlo, ma sarebbe stato lo stesso Dritan a pugnalarsi.
Versione che sarà ancora tutta da verificare. Per farlo, sono stati chiamati i carabinieri dei Ris di Parma che valuteranno le impronte sul coltello e stabiliranno le possibili direzioni dell’arma. Intanto, sempre lunedì 6 giugno all’ospedale di Gavardo si terrà l’autopsia sul corpo dell’operaio albanese prima di dare il nulla osta per i funerali che porteranno la salma in Albania. Sul fronte indiziario, sono emersi altri particolari di quanto sarebbe successo quel pomeriggio di venerdì. Sembra che la donna sia rientrata a casa per pranzo, ma non abbia trovato la tavola imbandita e nulla da mangiare. Così avrebbe attaccato il marito, forse ubriaco. Ma pare che nel mirino dell’operaio albanese ci fosse il cognato, disoccupato e ospite indesiderato nella famiglia che vede anche un bambino di 7 anni.
Sembra che in quei momenti concitati Dritan abbia picchiato la moglie, come pare abbia fatto altre volte in passato e davanti al figlio, mentre Laert avrebbe cercato di difendere la sorella. Come poi lui stesso ha ammesso agli inquirenti. L’indagine è affidata al sostituto procuratore di Brescia Erica Battaglia, mentre il detenuto è difeso dall’avvocato Aldo Bellitti. I prossimi passi prevedono anche di sentire la versione della donna. Mentre la maggior parte della comunità albanese residente a Vobarno e nei dintorni difende la vittima. Secondo loro Laert avrebbe dovuto lasciare la casa di via Prada.

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