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“Lettera aperta a Joseph Ratzinger, Benedetto XVI”

Pubblicato il 22 febbraio 2013
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“La vita è un’ombra” scrive Shakespeare. Ma veramente siamo schiavi di un mondo illusorio e condannati ad un’esistenza senza senso? Qualcosa può sempre accadere, se abbiamo il coraggio di uscire dalla caverna dell’oscurità e aprire gli occhi alla vera essenza della vita. Caro Papa Le scrivo pubblicamente, questa volta non per obiettare ad una delle Sue azioni. Piuttosto Le scrivo per congratularmi con Lei per l’atto più coraggioso ed apprezzabile della tua vita: la Sua decisione di rassegnare le dimissioni per motivi di salute per il bene della Chiesa! Ho percepito la decisione di Lei Benedetto XVl come un gesto di grande coraggio e umiltà. In tutta sincerità non ho ancora fatto pace con la Sua scelta: non solo perché la Sua assenza brucierà (e talvolta non riesco quasi a perdonarLe per quel salto senza rete che L’ha proiettato oltre l’orizzonte del nostro sguardo). Ma perché dopo è stato davvero il finimondo. Come se, calato il sipario della Sua esperienza terrena, la storia umana si fosse avvitata in una spirale nichilista e buia. Come se, a noi,  fosse comminata la pena dell’esilio da noi stessi, dai nostri bisogni di verità e di amore. È stato molto più di una solitudine e di uno smarrimento. Lei è volato, con le Sue ali sfibrate, da érèmos.
Questa Sua scelta da eremita, ci aiuta a ripercorrere gli insegnamenti dei grandi maestri del passato, San Francesco d’Assisi,cielo della “ulteriorità”. Noi invece di colpo eravamo scivolati giù nei dirupi del “pensiero unico”, in uno spazio interdetto alla profezia e alla carità, in un alfabeto capovolto e levantino, in un universo di piccole patrie isteriche e minacciose, dove anche lo spirito santo veniva arruolato come un gendarme atlantico o un controllore orwelliano al servizio del New West. Era come tornare nel cono d’ombra delle catacombe. Lei trasmutato in
un’icona rischiosamente consolante, noi pronti per i leoni del Colosseo globale, della fiction seriale e della mass-mediocrità. Lo so, caro Papa, intercettasti tra i primi il vento cattivo che soffiava a Occidente. Sulla sequela di Cristo ci indicasti la Via Crucis che portava una traccia di “Onu
dei poveri”: che ancora oggi è per noi una pietra angolare. Ci raccontasti il malessere partendo dal benessere e dalle sue arti marziali e dai suoi valori misurati in Borsa: non basta “consolare gli afflitti”, bisogna “affliggere i consolati”, così ci provocavi. E le Sue caro Papa, non erano capriole semantiche o giochi di enigmistica. Sull’asse della Sua indignazione girava un intero mappamondo a forma di Golgota: e in ogni povero cristo (disoccupato o immigrato, tossico o carcerato) Lei vedeva la “regalità” del dio vivente e ci ammonivi ad accogliere e a donare. Amore, voce del verbo morire: non Stava alludendo a una spiritualità masochista, ma alla sfida permanente della conversione: che è schiudersi agli altri, scacciare i fantasmi della paura delle diversità, conoscere e scambiare e contaminarsi e donare. Fuoriuscire dal recinto del privilegio e dell’egoismo, recidere il filo spinato del pregiudizio nutrito di petrodollari, detronizzare la dinastia planetaria del profitto. Cambiare registro, cambiare pelle al presente, farsi costruttori di strade e pontili piuttosto che di muraglie e di barriere architettoniche. Con-dividere: farsi compagni del mondo, farsi prossimo, coniugare i verbi della conoscenza e della tenerezza per chi normalmente inchiodiamo al legno
delle nostre fobie e delle nostre pigrizie. Lo so, Padre Prof. Joseph Ratzinger, persino l’immagine teologica della Trinità – fusione perfetta di tre entità distinte – era per Lei l’icona di quella splendida “visione” che ha colto nella più bella delle Sue espressioni: convivialità delle differenze. Come un infinito abbraccio dei popoli e delle persone, delle fedi e delle culture.
Questa, sui sentieri accidentati di Isaia, è la filigrana della pace che cerchiamo. Sarà necessario, ovviamente, mutare le nostre spade in aratri e le nostre lance in falci. E cioè cambiare in radice modello di sviluppo e forma del potere: liberando la storia umana dalla sua ipoteca di oppressione e di violenza, sradicando dalle nostre lingue ogni codice di guerra, svuotandoci dell’odio che si è lungamente sedimentato nei nostri consessi civili e nei nostri cuori. Carissimo amico perduto e ritrovato ogni giorno, tu ci lasci in dono un seme di passione (che è voce del verbo patire). Fummo confitti (non sconfitti) dai chiodi del conformismo e della omologazione. Eppure continuo a coltivare quella charitas sine modo che ci sfida e ci interpella, quei “pensieri lunghi” che quasi ci sospendono tra cielo e terra. Continuo, seguendo la Sua ombra buona, a costruire piste di “utopia”: ecco, utopia è la parola che adoperano, con intenzioni di scherno, i trafficanti di realismo, i farisei dei nostri giorni, i burocrati dei silenti genocidi mercantili. Ma a dispetto di tutte le realpolitik, di tutti i governi e di tutte le cancellerie che ci dettano la lentezza delle loro tregue e la fretta delle loro guerre, ora, gridiamolo Caro Padre, ora è il tempo dell’utopia! Perché aveva ragione Lei: non andiamo verso la fine, ma verso un nuovo inizio. E io volevo dire al mio pastore, mentre La penso con nostalgia, che quel suo seme, dopo un inverno fin troppo lungo, ha cominciato a germogliare. Le oscure catacombe hanno figliato moltitudini di battezzati alla pace. È vero: rombano già i motori della macchina holliwoodiana della “guerra infinita”. Ma ancora più forte si sente, a ogni latitudine del mappamondo, il suono di una nuova coscienza. Forse l’antica sentinella può finalmente risponderci che la notte non è più tanto lunga, che sta per finire. E così sia. Mia madre è la Chiesa mio padre è lo Stato.

Celso Vassalini.

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