Egregio Direttore,
La proposta di Bersani per un “nuovo Ulivo” merita d’essere sostenuta con convinzione. Dice d’una vicenda nazionale, ma anche di quella locale, considerato che in Loggia si voterà insieme alle  politiche del 2013 o all’indomani di alleanze e risultati espressi dalle elezioni anticipate del 2012. La proposta di Bersani per un nuovo Ulivo è stata formulata un anno fa. Ma da allora poco  è stato fatto e ciò ha rappresentato una debolezza nella costruzione dell’alternativa di governo.
Ma l’attualità dell’Ulivo è dovuta oggi all’urgenza d’una “risposta politica” che va data a fronte dell’aggravarsi d’una crisi economica, politica ed istituzionale. Per questo un ulteriore “surplace” – con Casini o no, con Vendola e Di Pietro o no – rappresenterebbe per il PD un immobilismo dirompente ed il venir meno ad una responsabilità di forza di governo.
Quindi bene ha fatto Bersani a sbloccare la situazione facendo partire l’Ulivo con chi ci sta. “Porcellum” o meno, cancellate le velleità bipartitiche d’un PD solitario, è indispensabile un riferimento più ampio dei singoli partiti. E il Pd bersaniano si pone come forza di progressiva coesione. E chi nel PD non crede nel nuovo Ulivo dovrebbe formulare alternative.
Parlo d’una partenza, ma che non coincide con l’arrivo, perché di “nuovo” questo Ulivo ora ha di suo quello d’essere più ristretto del vecchio. E questo è un problema che va affrontato nel suo punto più debole, in termini non solo elettorali, ma di rappresentatività politica e sociale. Non si può certo pensare che Bersani, Vendola e Di Pietro siano da soli l’alternativa a Berlusconi e la soluzione d’una devastante crisi del sistema politico. Quasi a voler replicare quell’ottenebrata scelta del 93/94 – di Occhetto contro Martinazzoli, con i Progressisti contro il PPI – che fu l’improvvido atto di nascita di Berlusconi e di Bossi.
Il vecchio Ulivo aveva con Prodi e PPI-Margherita alcuni elementi di equilibrio sociale e di rappresentatività politica – di cattolici e di forze produttive, ma non solo – che per adesso non si ritrovano nel  nuovo Ulivo.
Non ripropongo qui le mie obiezioni alla nascita del PD, ma risulta evidente che in questo nuovo Ulivo v’è ora qualcosa meno del “centro sinistra” di Prodi, Pds-Ds, Margherita, Patto e Socialisti. Anche sul fronte dei rapporti con la Chiesa.
Ed è sul “centro”, sociale ed elettorale, che il nervo è più scoperto. Lo ha ricordato anche  il sen. Macaluso giorni fa richiamando Berlinguer. E se per il PD il “centro” è solo Casini si rischia pure la paralisi, perché Casini può esserci o no, ma egli gioca una complicata partita tutta sua, quella dei “tre forni”. E la cosa non  deve scandalizzarci.
Il nuovo Ulivo se vuole aver futuro deve essere un “movimento in campo”, aperto, non solo una ristretta formula tripartita. Deve promuovere ed intercettare movimenti sociali, civismo, la rivolta morale al regime berlusconiano. Anche solo per questo era un errore sfilarsi dal referendum contro il Porcellum.  La stessa soluzione d’un accordo con l’UDC – per me auspicabile, anche  per la Loggia – sarà possibile solo se si mettono in campo forza aggregativa, peso elettorale, rapporti con forze economiche e produttive, credibilità di governo che vadano ben oltre il perimetro dell’Ulivo ora definito. Con un PD protagonista di questo allargamento del processo unitario, altrimenti sarà solo strattonato dagli alleati. Ed in assenza d’una risposta progressista alla pesante crisi,  presto e contro tutti, sarà la piazza sociale – e non solo anticasta e d’indignados – a rivoltarsi.
Possibili nuove forme di rappresentatività politica di cattolici popolari non vanno guardate con diffidenza, stante il fatto che siamo di fronte a questioni irrisolte – e talune irrisolvibili – nel solo PD. Il famoso “ amalgama” del PD, non lo definirei – con d’Alema –  “ mal riuscito”, ma certo è che il PD nel considerarsi un partito di “centrosinistra” non per questo esaurisce al proprio interno la complicata rappresentanza sia del centro che delle sinistre.
Mi son sempre chiesto come mai Martinazzoli, uno dei padri più nobili dell’Ulivo, non abbia aderito al PD. Ritengo, forse sbagliando, che Martinazzoli non abbia ritrovato nel PD radici e ragioni sufficienti dell’autonomia del popolarismo cattolico.
Mi capita a volte di chiedere ad un qualche amico: “quando rifate la DC?”. Una provocazione (ma non troppo), anche perché non mi sfugge il cambiamento avvenuto, ma ritengo che in Italia – a differenza di quanto sostiene Galli Della Loggia – una parte importante della cattolicesimo politico possa ritrovarsi rappresentato non con la destra, ma alleato con una sinistra riformista. Riterrei quindi possibile – in forme nuove ed in chiave bipolare –  una rilettura dell’intuizione degasperiana (e morotea) di “un partito di centro che guarda a sinistra”.
Dopo Berlusconi e per gli effetti della drammatica crisi economico-sociale in atto anche gli spazi politici sono destinati a riarticolarsi. Non è da escludere che l’epilogo della crisi  possa essere un nuovo centro destra ripulito dell’eccesso di berlusconismo e del bossismo secessionista. Uno spazio  – come in Germania – in cui si ritrova una variegata realtà cattolica. Ma può anche non essere così, se il PD, con un Ulivo ben più ampio ed una alleanza con il centro, si pone come affidabile forza unitaria di governo, per contribuire alla fuoriuscita da questa devastante crisi economica e politica.

Claudio Bragaglio Consigliere comunale P.D.

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1 COMMENTO

  1. Bragaglio cerca con fatica di far quadrare i conti verso sinistra sapendo bene che l’elettorato italiano e bresciano è più orientato verso il centro destra.
    Dimentica però, e questo è il suo limite, nuovi soggetti come i grillini che proprio in realtà italiane di sinistra come l’emilia romagna hanno avuto consensi consistenti anche oltre il 10% (come i piraten a Berlino).
    e sottovaluta i movimenti occasionali di giovani donen e cittadini in genere ritenendo i partiti tradizionali insostituibili.
    Partiti che hanno poco da dire sul piano dell’idealità e che sono gestiti dai vari apparati conservatori per natura.