Mi capita spesso, osservando l’Italia di oggi, di tornare con la mente a quel luogo comune leopardiano che i critici hanno definito “renitenza al fato”. La disperata, quasi impotente, lotta dell’uomo contro la tirannia del caso. Non c’è causa terrena, secondo Leopardi, che non sia destinata allo scacco. Eppure, paradossalmente, proprio la lucida consapevolezza dell’inanità di ogni nostro sforzo, rende ancora più evidente la necessità e la bellezza della battaglia, della resistenza, della “renitenza” umana, appunto, contro la natura (immodificabile) della storia. La speranza, insomma, si autogiustifica, vale in sé, pur se inesorabilmente vana. Mino Martinazzoli non era leopardiano. Piuttosto manzoniano. Al solitario silenzio della “ginestra” preferiva l’operoso rumore delle filande di Lucia e Renzo. Perciò sicuramente mi rimprovererebbe per questo accostamento. Eppure quel signore allampanato, folgorante nei suoi aforismi, motivato da un irrefrenabile umorismo, volutamente nascosto dietro un artificiale schermo di cupezza (solo il superficialismo giornalistico ha potuto immaginarlo davvero triste), ebbene a me quel signore dalla faccia scolpita nella roccia è sempre apparso come un eroico prototipo della “renitenza al fato”. Ogni suo comportamento politico, ogni giudizio morale, perfino ogni atteggiamento mentale, era dominato da una radicale diffidenza che nella vita pubblica ci fosse ancora spazio per il Giusto e per il Bene (per non parlare del Bello) ma, insieme, dalla testarda volontà di affermarne comunque le ragioni, di denunciarne la latitanza, di gridarne l’insostituibilità.Mino non navigava volentieri nella modernità. Rifiutava l’aereo, odiava la volgarità della tv (quindi la tv), detestava ogni moda futurista. Il suo illuminismo lo rendeva idiosincratico sicuramente verso ogni populismo ma anche verso ogni comoda (e ipocrita) ricerca di “popolarità”. Di contro il suo liberalismo gli imponeva una ferma, razionale tolleranza verso ogni manifestazione del “reale”. Lasciava poi alla sua intelligenza, nella quale nutriva (a ragione) una fede smisurata, di gestire la contraddizione.Ricordo la prima  lunga chiacchierata che ebbi il privilegio di condividere con lui nel suo ufficio di segretario della Dc. Era l’inizio del 1994, forse la fine del 1993. Io, determinato modernista, referendario, promotore di Alleanza Democratica, cercavo di convincerlo ad “andare oltre” gli schemi della Prima Repubblica, ad oltrepassare, con un atto di volontà, il destino della storia. Lui capiva, apprezzava, annuiva. Ma mi gelò con un paradosso: “Forse hai ragione, ma mi chiedo se io oggi non mi trovi nella stessa situazione dei reduci di Salò. Cioè non posso che restare fermo sulla mia storia. Non posso che testimoniarne, fino all’ultimo, le ragioni.” Eccola, la renitenza al fato. Martinazzoli sapeva che, con tutta probabilità, la sua causa era ormai destinata allo scacco. Ma proprio in questo trovava il motivo per continuare, nel suo nome, a battersi. Nella profondità della storia rintracciava la luce per opporsi all’effimera parabola della cosiddetta rivoluzione italiana. Accettava, forse cercava, una sconfitta annunciata, pur di testimoniare le ragioni di una scommessa molto più grande e impegnativa di un risultato elettorale.Da allora ci siamo frequentati con assiduità. Cercando insieme ironia e intelligenza. Molto del mio approdo al cattolicesimo liberale lo devo a lui. Eppure una cosa non gli ho mai detto (anche se credo lui l’avesse capita). Non gli ho detto che nel ’94 aveva ragione lui. Quella sua renitenza al fato, culminata in una debacle, oggi torna di nuovo a parlare alla storia. Sì, in questi anni é stata più volte e da più parti contestata. Ah, se Martinazzoli avesse… Ah, se Martinazzoli non avesse… Ed egli è stato descritto come il curatore fallimentare di una Dc che, però, non era certo stato lui a condurre al fallimento…Ne ha sofferto. Eppure oggi, chi volesse portare l’Italia oltre le rutilanti illusioni della Seconda Repubblica, non potrebbe che attingere a quei profondi pozzi della storia che Mino, assieme a tanti altri, non ha mai voluto disseccare. In una Repubblica, ormai resa di cartapesta, per risorgere non possiamo che scavare, con la testa e con le mani, dentro quei valori mai traditi da Martinazzoli. Con la stessa testardaggine. E, se possibile, con la stessa ironia.         

Ferdinando Adornato, deputato dell’Unione di Centro

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