(r.p.) Il grande assente nel caso Caffaro è la ditta stessa. E' come assistere a un processo in cui il principale imputato si rifiuta di parlare, non ascolta le domande, nega le risposte. Certo, bene o male cosa accadde si sa, ma tante sarebbero le questioni da analizzare con chi è fortemente coinvolto nel disastro ambientale che ha sconvolto le vite dei bresciani, ha mutato le abitudini dei cittadini, condizionerà il futuro dei nostri discendenti, anche tra cento anni.
Purtroppo il dialogo non è possibile con chi non vuol sentire. Ci hanno provato in tanti e ci ha provato anche quiBrescia.it. La prima volta siamo riusciti a parlare soltanto col portiere della ditta di via Milano: "Sono tutti in riunione, chiamate più tardi". La seconda volta ci è andata meglio, la nostra telefonata è stata passata al capo del personale che, gentilmente, ci ha fatto capire di non avere molte carte da giocare: "Il profilo mantenuto dall'azienda è sempre stato basso. In molti ci hanno già contattato, ma la risposta è sempre stata negativa". Lo sapevamo, ma per dovere di cronaca dovevamo provare. "Lasciatemi un vostro numero, inoltrerò la domanda e vi farò sapere". Va bene, anzi non va bene affatto, ma tant'è. Inutile dire che il telefono è rimasto muto, nessuno ci ha mai richiamato. Così delle tante domande che avevamo preparato ne resta una: perché? Perchè la Caffaro – l'importante industria chimica attiva sul territorio dal 1906, produttrice di policlorobifenili dal 1938 al 1984, corresponsabile (certamente non unica) di un disastro ambientale enorme, almeno dal punto di vista pratico – non vuole rispondere?

Comments

comments