(r.p.) Dati, date, analisi di rischio, mappature, indagini sulla popolazione e sul territorio. E ancora policlorobifenili, diossine, furani, mercurio e cloro. E' difficile muoversi nell'intricata questione dell'inquinamento ambientale a Brescia, è difficile, per chi non è un addetto ai lavori, capire il significato di termini fino a ora sconosciuti, interpretare tabelle e numeri. Due cose, però, sono evidenti: da un lato c'è la preoccupazione dei cittadini, alle prese con una situazione che sta condizionando profondamente le loro vite, dall'altro c'è la difficoltà delle istituzioni, che devono affrontare un problema articolato, in continuo mutamento e di difficile risoluzione. Abbiamo chiesto di fare il punto della situazione sanitaria a Sergio Carasi, direttore del Dipartimento di prevenzione dell'Asl di Brescia.
D. Cosa sta facendo l'Asl per affrontare l'emergenza?
R. Per quanto di sua competenza, l'Asl sta svolgendo un lavoro di analisi articolato su più fronti sin dal 2001, per tutelare la salute pubblica. Già entro il prossimo mese verranno resi noti gli ultimi rapporti sugli alimenti e sugli abitanti. Si tratta di 579 persone – residenti nell'area a sud della Caffaro di via Milano, nella cosiddetta zona delle cascine, nel quartiere Primo Maggio e a Chiesanuova – che hanno subito una serie di esami. Poi, in base anche ai risultati dei quali però per ora non posso far menzione, procederemo, in caso di necessità, a compiere altri accertamenti per vedere se, in chi è stato contaminato, sono stati danneggiati particolari organi, come per esempio la tiroide o l'apparato ormonale, che sono solitamente i più attaccati da questo tipo di sostanze. Inoltre, in collaborazione con l'Istituto superiore di sanità, stiamo cercando di ricostruire la catena del Pcb e delle diossine. Tramite il campionamento e l'analisi di terreno, alimenti, fegato e grasso degli animali ormai abbattuti che vivevano nelle aree in questione, vogliamo capire come gli inquinanti si sono modificati per comprenderne la loro reale pericolosità. Durante la catena alimentare, infatti, avvengono dei mutamenti: non è detto che il tipo di sostanza presente negli alimenti, per esempio, sia la stessa che poi si riscontra negli organismi. Solo quando sarà completata questa difficile operazione si potrà procedere all'estensione dell'analisi di rischio che, grazie a un'interpretazione matematica dei dati, porterà all'elaborazione dei limiti di esposizione.
D. Guardando i dati, sembra che nel quartiere Primo Maggio l'inquinamento sia dovuto soprattutto a policlorobifenili (Pcb), a Chiesanuova, invece, si parla soprattutto di diossine. Che differenza c'è tra le due situazioni?
R. In realtà le situazioni sono molto simili. Pur non escludendo la presenza di altre fonti di inquinamento, sappiamo che le sostanze sono state portate dalle rogge, quindi, pur con le dovute differenze, il quadro nei due quartieri si somiglia molto.
D. Intanto i cittadini sono sottoposti a parecchie limitazioni. Per esempio non possono coltivare gli orti privati, ma si dice che basterebbe asportare il primo mezzo metro di terreno e portarne altro non contaminato per poter ovviare al problema. Questa affermazione, riportata anche dall'assessore Ettore Brunelli durante un incontro alla Quinta Circoscrizione, potrebbe essere interpretata come un invito ad armarsi di badile?
R. Assolutamente no. Innanzitutto non credo che Brunelli intendesse questo, anche perché andrebbe contro la stessa ordinanza comunale che impone di non toccare la terra, poi bisogna tener presente una cosa fondamentale: stiamo parlando di rifiuti pericolosi che quindi vanno smaltiti con tutte le cautele del caso.
D. Ma è vero che comunque basta sostituire mezzo metro di terra per poter continuare a coltivare?
R. Solitamente gli inquinanti si fermano nello strato più superficiale del terreno, ma la domanda andrebbe girata a chi di competenza, ovvero all'Arpa che si occupa delle analisi sul suolo e sul sottosuolo.

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