(r.p) L'allarme Caffaro a Brescia sta assumendo proporzioni sempre maggiori. Non solo per la conclamata pericolosità delle sostanze inquinanti coinvolte (soprattutto cloro, mercurio, diossine e policlorobifenili), ma anche per l'allargamento territoriale dell'area contaminata. Con il procedere delle analisi e dei campionamenti, infatti, emerge che il danno all'ambiente e agli uomini è tutt'altro che circoscritto. Si è cominciato con la zona attorno alla ditta di via Milano, poi si sono aggiunti altri quartieri cittadini, come il Primo Maggio e Chiesanuova, ma – si può scommettere – l'elenco si allungherà ulteriormente. Gli esperti, infatti, hanno già evidenziato la necessità di procedere con le analisi, come a dire che, quasi sicuramente, alla lista dei siti inquinati non può essere messa la parola fine. Tanto si è detto, e scritto, sui danni che i pericolosi inquinanti possono portare alle persone e al territorio, ma ancor più importante in questo momento è capire come procedere alla bonifica. Si parla della creazione di un parco verde protetto, chiuso alla cittadinanza, nell'area maggiormente inquinata, quella cioè racchiusa nel perimetro della Caffaro. Ma come si potranno bonificare i quartieri, abitati da migliaia di persone che qui hanno una casa e trascorrono la loro quotidianità? Abbiamo deciso di girare la domanda a Marco Stevanin, architetto e membro della società Terra srl (Territorio, Ecologia, Recupero, Risorsa Ambiente), che si occupa della risoluzione di problematiche ambientali e territoriali, oltre ad aver organizzato a Brescia il convegno sul Pcb tenutosi il 2 e 3 aprile 2004.
D. L'inquinamento derivante dalla Caffaro ha contaminato una zona vastissima di Brescia, basta pensare che a Chiesanuova è stato rilevato il superamento di 40 volte i limiti della diossina. Quali sono le prospettive per gli abitanti?
R. La realtà a Brescia è molto seria e di difficile risoluzione. Probabilmente noi non vedremo mai la situazione rientrare completamente, ci vorranno molti anni, interventi costosi, nell'ordine di centinaia di migliaia di euro. Bisogna considerare che in città ci sono ancora fonti d'inquinamento attive, basta pensare alle acciaierie o agli scarichi veicolari e industriali. La storia stessa della città, il suo sviluppo economico, fanno capire quanto lavoro ci sia da fare.
D. Il sindaco, Paolo Corsini, ha emesso un'ordinanza che vieta, nelle aree contaminate, l'utilizzo del terreno e dell’acqua per la coltivazione, l’allevamento, il pascolo e la pesca. Anche il gioco è vietato nelle zone non pavimentate, si può passeggiare nei parchi ma non toccare la terra con le mani. Queste limitazioni bastano a garantire la sicurezza dei cittadini?
R. A breve termine sì. A lungo termine però no. Il controllo sugli abitanti è difficile, non si potrà fare in modo che queste limitazioni vengano rispettate per sempre, è necessaria la bonifica, servono interventi di altro genere, come sta già del resto avvenendo.
D. Per esempio?
R. In alcuni parchi e aree verdi si sta procedendo a rizzollare il terreno. Viene tolta una parte di terra che poi viene sostituita. Il materiale di scarto, considerato rifiuto tossico, dovrà poi essere smaltito, certamente non bruciato, si sta valutando la soluzione migliore. Per le aree agricole, invece, stiamo studiando, di concerto con gli agricoltori, la possibilità di realizzare campi di sperimentazione per biorimediare al danno dell'inquinamento.
D. La creazione di un parco verde, chiuso alla cittadinanza, può essere la soluzione di bonifica per l'area compresa nel perimetro della ditta?
R. Non è detto che un parco verde possa considerarsi una soluzione. E' una possibilità che ha i suoi pro e i suoi contro. Per esempio, se dovesse essere realizzato un bosco, non potremmo impedire agli uccelli di entrare. Gli animali in questo modo si contaminerebbero, portando poi l'inquinamento anche al di fuori.
D. Il paragone tra Brescia e Seveso, due tra i più grandi disastri ambientali lombardi, viene spontaneo. Confrontando i dati per esempio della diossina, si vede che in alcune zone della città l'inquinante ha raggiunto livelli più alti che nella zona coinvolta dal disastro dell'Icmesa. Le soluzioni adottate in quel caso potrebbero essere applicate alla nostra realtà?
R. Brescia come Seveso, Brescia come Marghera… I paragoni sono infiniti, ma poco utili. Ogni situazione va valutata a sé, ogni realtà è diversa dalle altre. Il disastro Icmesa ha avuto una dinamica e degli effetti differenti da quello della Caffaro, una comparazione risulterebbe riduttiva. A Seveso è stata decisa la creazione di un bosco, ma come ho già detto questa strada ha alcuni evidenti limiti.
D. Anche al convegno bresciano, da voi organizzato, si è parlato della possibilità di cambiare il Decreto ministeriale 471 del 1999, quello che fissa i limiti accettabili nel suolo e nel sottosuolo per quanto riguarda gli inquinanti. Lei cosa ne pensa?
R. I valori da non superare sono troppo bassi, è impensabile, in una situazione come quella di cui si parla, poter rientrare nei limiti di legge. In Olanda, uno dei paesi europei più attenti all'ambiente, il limite fissato è cinque volte superiore a quello italiano. La legge andrebbe cambiata, trovando, tramite un'analisi di rischio, il valore tollerabile per Brescia che ha una sua storia e una sua realtà. Ovviamente in altri luoghi i livelli potrebbero essere diversi. Non è un modo per eludere il problema, bensì la via per porsi degli obiettivi raggiungibili.

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